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giovedì 22 settembre 2011

La mia Africa tradita dalle Ong


di Antonio Giuliano

«Progetti, appelli, finanziamenti… Ma la mia Africa non è quella dipinta da tante Ong e dai proclami dell’Onu». Dal cuore del Continente Nero arriva lo sfogo amaro di un uomo che da quasi vent’anni condivide con gli africani un destino beffardo. 

Padre Aurelio Gazzera, 49 anni, carmelitano scalzo, che oggi vive e lavora a Bozoum (Centrafrica), assiste ormai da tempo ad appelli surreali. L’ultimo firmato dall’Onu denunciava la pratica dei bambini soldato nella Repubblica Centroafricana: «Ma è un fenomeno molto limitato – spiega il religioso - a parte nell’Est del paese, dove l’LRA dell’Uganda è presente da un paio d’anni. In realtà come succede anche per altri paesi africani,  molti organismi devono mantenere uffici e personale (tra l’altro strapagato) per cui inventano progetti su temi che sanno essere facilmente finanziabili: bambini soldato, violenze sessuali, genere (gender)… ».

L’amarezza è acuita dal fatto che i veri problemi vengono ignorati: «La Repubblica Centroafricana è agli ultimi posti delle liste dello sviluppo e della qualità della vita. Ha vissuto anni molto bui: la dittatura di Bokassa (l’imperatore) fino al 1978, poi quella di Kolingba, fino al 1994, e poi la presidenza (veramente disastrosa) di Patassè: il paese era arrivato al collasso, con un paio di tentativi di colpo di stato all’anno, violenze e saccheggi, i salari dei dipendenti pubblici non pagati… Ora la situazione è più tranquilla, ma molte zone del paese sono in mano ai ribelli». Ma due su tutte sono le sfide più urgenti: la scuola e la sanità. «Lo Stato – continua padre Gazzera - non riesce ad assumere e a pagare gli insegnanti: i maestri statali sono meno del 20%! Il resto è assicurato dalla Chiesa Cattolica, oppure dai genitori degli alunni… E tra malaria, Aids e parassiti, la situazione sanitaria è difficile. Gli ospedali pochi, e per molti infermieri e medici è una miniera d’oro: tutto è a pagamento… e molti non riescono a pagare cure, medicine o interventi».
La sveglia di padre Aurelio a Bozoum (una piccola città a 400 km a Nord della capitale, Bangui) suona molto presto. «Alle 5 di mattina recitiamo le Lodi e celebriamo l’Eucarestia. Oltre alla Parrocchia, abbiamo un centro per 230 orfani, un dispensario (con annesso uno studio dentistico), un ufficio che coordina le attività agricole, una piccola Cassa di risparmio… E soprattutto le scuole (materna, asilo e scuola media qui in città, per circa 800 alunni; e altre 20 scuole nei villaggi per altri 1800 bambini). Sin dal mio arrivo mi ha stupito l’infinità di bambini (l’Africa è un continente giovanissimo: più della metà della popolazione ha meno di 18 anni), un serbatoio di speranza e di crescita. Quest’anno contiamo di aprire la prima liceo, e se possibile, un liceo agricolo, di cui c’è grande bisogno. Per la Chiesa l’educazione è sempre stata una priorità. Quando i primi missionari arrivarono a Bangui, nel 1894, la prima cosa che fecero fu quella di aprire una scuola: compravano i bambini schiavi, li liberavano e li inserivano tra i banchi…».

Una Chiesa giovane che ha già un buon numero di martiri, anche laici come il giornalista Raymond Dakè assassinato nella radio diocesana nel 2002: «Se rimani fedele al Vangelo, non ricevi tanti applausi. Dappertutto è così. Ma se qui critichi i potenti di turno la reazione può essere pericolosa. Eppure la Chiesa anche nei momenti peggiori ha sempre cercato di farsi voce di chi non ha voce. Il contributo di tanti missionari (padri, suore, laici) ha lasciato opere tangibili (chiese, scuole, ospedali). E ogni anno abbiamo circa un centinaio di nuovi battezzati in parrocchia e quasi 300 nei villaggi. C’è molta vivacità ed entusiasmo che si esprime anche nelle splendide liturgie domenicali. Nonostante la piaga della stregoneria che colpisce con processi sommari e interpella in profondità la fede delle persone».

Ma ancora una volta l’apporto di alcune Ong può essere fuorviante: «Il Centrafrica è falcidiato dall’Aids: l’aspettativa di vita è scesa sotto i 40 anni. Per decenni non ci sono state campagne di informazione e ora abbiam raggiunto livelli preoccupanti (oltre il 14%). Per questo da tempo abbiamo corsi di educazione sessuale in tutte le scuole cattoliche, e organizziamo incontri specifici con i giovani e gli adulti. Formare le coscienze è un lavoro lungo, ma che inizia a dare i frutti. Ma come possiamo debellare l’Aids se alcune Ong continuano a distribuire preservativi a pioggia? In una scuola ho trovato scatole vuote di preservativi dappertutto. Mi è stato detto che un’Ong ne aveva distribuiti 3 ad ogni maschietto. Come sensibilizzazione, si erano limitati a spiegare come si usano… Cosa fa un giovane che se li trova in mano? Va a provarli… a volte riusandoli, e questo al di là di un sano discorso sulla bellezza, la ricchezza e la responsabilità della sessualità… Senza dimenticare gli interessi economici di chi li produce…». 

Agli occhi di chi vive sul campo le disparità tra Sud e Nord del mondo pare necessario un cambio di rotta nel modo in cui l’Occidente si approccia all’Africa: «Mi chiedo: quanto sinceramente c’è di altruistico in parte della Cooperazione e dell’intervento umanitario?  Quanti soldi rientrano nelle casse dei donatori? Alcune grandi Agenzie dell’Onu consumano in stipendi e amministrazione tra il 70 e l’80%, e parte del materiale acquistato proviene da ditte dei paesi donatori. E in che misura l’aiuto ha creato una mentalità di assistenzialismo, che limita ed inquina molti rapporti tra Nord e Sud?». Domande che non hanno nulla a che fare con l’ideologia no global antioccidentale: «Ci mancherebbe. Non possiamo che essere riconoscenti all’Occidente per gli scambi culturali, la formazione e gli aiuti di questi ultimi decenni. L’Africa ha la sua parte di responsabilità. Troppo spesso, gli aiuti sono stati dirottati nelle tasche dei potenti e a volte hanno rinforzato dittature ingiuste e sanguinarie. La difficoltà più grande è scontrarsi proprio con autorità che invece di avere a cuore la crescita e il bene comune sono più interessate alle proprie tasche».

È una realtà a cui il cuneese padre Aurelio non si rassegna perché questa terra gli entrata dentro. A vent’anni quando era ancora “giu ma l’ai” (giovane come l’aglio), come ama dire in piemontese, era già in Centrafrica per uno stage di un anno. E l’impatto mise dura prova anche un aitante carmelitano scalzo di un metro e novanta: «Niente telefono, la posta a singhiozzo, le comunità di altri missionari a minimo 120 km… E poi la malaria, il caldo, la missione saccheggiata dai ribelli… Ma io sono “testun” come i piemontesi: ho un po’ di difficoltà a riuscire a scoraggiarmi». Ma c’è una ragione più grande: «Qui ho scoperto quanto Dio mi ama, e quanto ama l’Uomo. Mi alzo tutte le mattine con la voglia di ringraziare. Perché se do da mangiare a qualcuno che ha fame, è già qualcosa. Ma se posso dargli il Cibo vero, Gesù, io gli do tutto! Ed è un privilegio più grande di ogni fatica. Quando arrivai in Africa mi colpì una frase che trovai scritta su una casa: “Si Dieu veut, je ferai ce que je veux”, “Se Dio vuole, farò quello che voglio”».

sabato 9 luglio 2011

Salomon. Appello alla vergogna senza limiti

di Fulvio Beltrami


Fonte: Reset Italia


Un mio amico, anche lui impegato nel mondo umanitario, mi ha inoltrato un’email che ha ricevuto dalla Organizzazione Umanitaria Inglese: MERLIN.
L’oggetto dell’email era un appello a donazioni per far fronte alla crisi alimentare mondiale a seguito di una campagna che Merlin ha lanciato nell’Occidente intitolata: “Global Food Crisis Appeal” (Appello alla crisi alimentre mondiale).
L’email era composto da una appassionata lettera e da una fotografia di un bambino africano malnutrito.
Nella lettera si informava che e’ in atto una crisi mondiale dell’alimentazione dove un miliardo (ciffra tonda) di persone sono affamate, avvertendo che la malnutrizione e’ il principale causa di morte al mondo.
La lettera continua descrivendo le condizioni del bambino africano tutto pelle e ossa che viene chimato Salomon. Soffre di malnutrizione cronica pesa meno di 10 kg e si fa intendere che e’ vicino alla morte.
La lettera conclude con la richiesta di una donazione secondo le proprie possibilita’ economiche, informando che bastano appena 20 sterline per assicurare l’alimentazione di due settimane ad un bambino gravemente  malnutrito e permettergli di soppravvivere.
Nella lettera e’ inserito un link (http://www.merlin.org.uk/appeals/the-crisis?utm_medium=email&utm_source=Merlin&utm_campaign=0611+Food+Crisis+Emergency+Appeal+-+enews&utm_content=Watch-our-video&dm_i=5IV,GNPE,1C4WTC,1CVJG,1) dove si invita a visionare un video sul tema. Per curiosita’ l’ho visto e manco a farlo apposta ci sono altri bambini sempre africani e sempre ridotti a pelle e ossa.
Andando sul sito della Ong nella pagina dedicata alla campagna contro la malnutrizione(https://donate.merlin.org.uk/Global-Food-Crisis-Appeal?utm_medium=email&utm_source=Merlin&utm_campaign=0611+Food+Crisis+Emergency+Appeal+-+enews&utm_content=Donate&dm_i=5IV,GNPE,1C4WTC,1CVJF,1)  vi sono altre due foto di bambini africani.
La prima ritrae un bambino che azzanna una scodella di cibo con la cieca rabbia di chi non mangia da giorni.
La seconda ritrae un bambino sceletro che riceve cure mediche (probabilmente da personale della Ong).
La terza ripete la foto di Salomon utilizzata nella email.
Segue il tariffario delle donazioni: 60 sterline (66,56 Euro) per formare un assistenza sanitario comunitario che si occupera’ dei bambini malnutriti, 40 sterline (44,37 Euro) per assicurare assistenza sanitaria per i bambini malnutriti e 20 sterline (22,19 Euro) per alimentare un bambino gravemente malnurito per due settimane.
Vecchie vergone e nuovi inganni.
Sono anni che le ONG e, qualche volta, le Agenzie ONU utilizzano foto di bambini africani malnutriti per le loro raccolte fondi.
L’obiettivo e’ chiaro: proporre immagini shock al consumatore per vendere il prodotto che in questo caso e’ la donazione alla Ong.
In questi ultimi anni gli esperti di pubblicita’, pagati milioni di euro per ideare queste campagne, hanno constatato che gli appelli generici non sono piu’ efficaci. Quindi camuffano l’appello generico come un appello personalizzato sotto forma di lettera come se fosse rivolto ad una persona che si conosce o ad un amico.
La lettera inizia con il nome della persona a cui e’ indirizzato l’email.
I nomi vengono ottenuti sia dal data base delle richieste di lavoro archiviate nelle risorse umane delle Ong sia dall’acquisto di pacchetti di nominativi da agenzie internet specializzate.
Spesso queste campagne puntano sul pietismo e sulla commozione delle persone al fine di spingerle a mettere le mani al portafoglio.
Gli esperti pubblicitari, in accordo con le direzioni delle Ong, rivolgono al potenziale consumatore messaggi falsificati.
Se esaminiamo l’appello di questa Ong Inglese notiamo che lascia una illusoria liberta’ d’offerta, secondo le proprie possibilita’ finanziarie per poi proporre un listino prezzi comoposto da tre quote di finanziamento che vanno da un minimo di 22 euro ad un massimo di 66 euro.
Le tariffe sono abbinate a delle azioni umanitarie, formare il personale locale, offire cure sanitarie e attivare un programma di alimentazione per i bambini malnutriti.
Al consumatore si garantisce che con l’esatta somma proposta per la donazione verra’ assicurata la copertura finanziaria per fare una di questre tre attivita’, a sua scelta.
Gli esperti del settore conoscono bene per ogni singola attivita’ descritta vi sono innumerevoli varianti di costo a secondo della tipologia dell’intervento, del paese, dello stato del paziente, del costo dei lavoratori nel paese e via dicendo. Eppure questa Ong e’ categorica e le ciffre di finanziamento tonde.
Al consumatore si nasconde un dettaglio importante: per la maggioranza dei casi queste attivita’ rientrano in progetti gia’ finanizati dai vari Enti Finanziatori: ECHO, Comunita’ Europea, UNHCR, PAM, UNICEF, etc., quindi i soldi per portare avanti queste attivita’ sono gia’ disponibili.
Allora dove vanno a finire i soldi delle donazioni?
I soldi delle donazioni rientranti nel fund rusing (colletta di fondi) non obbligano le Ong a presentare un dettagliato bilancio di spese per giustificare il loro utilizzo allo scopo dichiarato come invece sono obbligate dagli Enti Finanziatori.
Per la maggior parte dei casi queste donazioni vengono utilizzate per coprire le spese delle sedi centrali delle Ong in Europa: affitto immobile, spese personale, cancelleria ufficio, luce, acqua, gas, spese di trasporto e logistiche.
Se la campagna e’ stata particolarmente “proficua” parte delle donazioni vengono utilizzate per coprire le stesse spese di cui sopra che gli uffici regionali nel Terzo Mondo devono affrontare.
Normalmente gli Enti Finanziatori non riconoscono le spese per le sedi centrali e regionali come eleggibili nella rendicontazione progettuale, quindi le donazioni sono necessarie per coprire questi famosi costi non eleggibili.
Ma, attenzione, se la campagna va male, le vostre donazioni serviranno a coprire in parte o totalmente la fattura presentata dalla ditta pubblicitaria incaricata di promuoverla e niente di piu’.
L’inganno nell’inganno.
Spesso le foto che serviranno per queste discutibili campagne pubblicitarie vengono scattate durante operazioni umanitarie all’insaputa del beneficiario e dei suoi genitori. Non credo che una madre che ha portato suo figlio in un centro nutrizionale abbia l’accortezza di chiedere quale utilizzo verra’ fatto della foto scattata a suo figlio che sta morendo.
Spesso queste foto vengono scattate da giovani operatori umanitari senza l’obiettivo di utilizzarle per le campagne pubblicitarie ma per creare un dossier fotografico per il progetto o per memoria personale.
In ogni contratto le Ong inseriscono il copyright (diritti d’autore). Ogni video, foto o registrazione realizzate da operatori umanitari sotto contratto sono di proprieta’ della Ong. Quindi per le campagne pubblicitarie spesso le sedi delle Ong non devono neppur affrontare le spese per un fotografo e cameramen professionale. Semplicemente utilizzano il materiale audio visivo e fotografico dei loro operatori umanitari.
E’ palese che questo modus operandis viola diverse leggi internazionali: dal diritto alla privacy al diritto di autore.
Sarebbe consolatorio pensare che queste neffandezze si limitino a questa Ong inglese. Al contrario e’ moneta corrente tra varie Ong internazionali comprese molte Ong italiane.
Come l’antico motto consiglia non bisogna pero’ fare di tutta l’erba un fascio.
Esistono Ong che evitano queste discutibili campagne di raccolta fondi edingaggiano fotografi professionisti per fare dei reportage fotografici che testimoniano le loro attivita’ umanitararie che non ledono la dignita’ dei beneficiari.
In Italia due tra i fotografi professionisti piu’ famosi nel campo umanitario e che svolgono il loro lavoro non sfruttando le disgrazie umane ma esaltando l’orgoglio e la sensibilita’ dei beneficiari sono: Lorenzo dell’Uva  (http://www.facebook.com/home.php#!/delluva) specializzato in foto di bambini e donne e Laura Salvinelli (http://www.laurasalvinelli.com/) ritrattista o, come definisce se stessa: “reportrait”.
Giusto per curiosita’ la foto del mio avatar su Facebook e’ una foto di Lorenzo scattata nel 2008 in un campo profugo nel sud del Ciad.
La reazione dei Paesi Africani.
In alcuni Paesi Africani come l’Uganda, il Ruanda, il Kenya e la Tanzania parlamentari e settori della societa’ civile stanno aprendo un dibattito sull’operato di varie Ong ai fini pubblicitari e di lucro.
In questi Paesi si stanno studiando proposte di legge da presentare ai rispettivi Parlamenti che impediscano alle Ong locali e internazionali questo utilizzo di materiale fotografico e aduovisivo, con l’obiettivo di proteggere la dignita’ dei propri cittadini o dei profughi ospitati nel loro paese.
Auspicandoci che queste proposte di legge vengano completate, presentate ed approvate nei Parlamenti di questi Paesi Africani, una domanda sorge di dovere: non e’ il caso di varare simili leggi anche nei nostri Paesi?

sabato 15 gennaio 2011

Si sperimenta il vaccino della malaria. Le cavie sono i bimbi africani

di Antonio Mazzeo
Fonte: Tirrenonews.it


bimbo africano
Si sperimenta il vaccino della malaria. Le cavie sono i bimbi africani
Per lo sviluppo del programma sono già stati investiti più di 500 milioni di dollari e lavorano fianco a fianco i ricercatori di un colosso mondiale del settore farmaceutico e i migliori medici delle forze armate USA. Sponsor, l’onnipotente padrone delle nuove tecnologie informatiche. Si tratta della sperimentazione di un nuovo vaccino contro la malaria, nome in codice “RTS,S/ASO2”. 

Una speciale unità dell’esercito statunitense in Kenya (USAMRU-K) e la multinazionale britannica GlaxoSmithKline (GSK) stanno eseguendo decine di migliaia di test su bambini e neonati in alcuni dei villaggi più poveri del continente africano. Il tutto sotto l’occhio vigile di US Army Africa, il comando delle forze militari terrestri in Africa istituito a Vicenza che tra gli scopi annovera il “supporto delle missioni mediche di US Army nel continente nero”. È nel Muriithi-Wellde Clinical Research Centre di Kombewa, città della provincia di Nyanza (Kenya), che i dati della sperimentazione del vaccino vengono raccolti ed analizzati dal team di USAMRU-K. 

“La nostra unità dipende dal Comando per la Ricerca Medica dell’US Army (USAMRMC) che ha sede a Fort Detrick, Maryland, ma noi stiamo coordinando le attività nel continente con l’US Africa Command (AFRICOM) di Stoccarda e US Army Africa di Vicenza”, spiega il portavoce di USAMRU-K. “A Kombewa è in avanzata fase di sviluppo la ricerca sull’efficacia del vaccino contro la malaria, malattia trasmessa da zanzare infette. 

USAMRU-K partecipa alla sperimentazione di quello che potrebbe diventare il primo vaccino anti-malarico per bambini. I partecipanti ricevono cure gratuite per la durata di tre anni scolastici. Una volta provata la sua sicurezza ed efficacia, il vaccino potrà essere immesso sul mercato. Lo studio odierno nasce da una partnership con la PATH Malaria Vaccine Initiative (MVI) e la compagnia farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK)”. Per lo sviluppo del vaccino, GSK ha già investito 300 milioni di dollari e altri 100 verranno spesi nei prossimi due anni. Al finanziamento delle ricerche ha contribuito con 107,6 milioni di dollari l’organizzazione statunitense “no-profit” Path, utilizzando un fondo ad hoc della Bill & Melinda Gates Foundation, la fondazione “umanitaria” del magnate di Microsoft, Bill Gates. 

Il vaccino RTS,S/AS02 è stato creato nel 1987 nei laboratori del Belgio di GSK Biologicals (una partecipata Glaxo) ed è stato testato la prima volta nel 1992 su “alcuni volontari” negli Stati Uniti d’America, grazie alla collaborazione dell’US Walter Reed Army Institute of Research, l’istituto di ricerca medica dell’esercito USA con sede a Washington. La prima campagna di sperimentazione ad ampio raggio dell’RTS,S ha però preso via in Africa nel 1998 e nel biennio 2002-2003 i test sono stati eseguiti sulla popolazione “adulta” dei villaggi di Kombewa nel Centro clinico co-gestito da USAMRU-K. 

“I test fornirono dati incoraggianti in termini di sicurezza e immunogenicità, così a partire della fine del 2003 è stata avviata la fase sperimentale “Ib” su 90 bambini della stessa aerea geografica, che ha prodotto risultati ancora una volta incoraggianti”, si legge in un report della GlaxoSmithKline. “Subito dopo è partita la fase “II”, condotta su oltre 2.000 bambini nel sud del Mozambico. I risultati di questo test, pubblicati dalla rivista medica The Lancet nel 2004 e 2005, hanno mostrato che l’RTS,S è stato efficace per un periodo di 18 mesi nel ridurre la malaria clinica nel 35% dei casi, e la malaria grave nel 49%”. 
Ignoto, ovviamente, cosa sia accaduto nel restante numero di casi, 1.300 bambini in carne ed ossa.

Qualche tempo dopo è stata avviata la fase sperimentale “”IIb” per determinare l’efficacia “a lungo termine” del vaccino anti-malarico. A far da cavie, stavolta, più di un migliaio di neonati di Kenya e Tanzania e un imprecisato numero di bambini in Mozambico. I risultati sono stati pubblicati l’8 dicembre 2008 dal New England Journal of Medicine: “In 340 bambini di età compresa tra i 5 e i 17 mesi, l’RTS,S/AS01 ha ridotto il rischio di episodi clinici di malaria del 53%, su un periodo di follow-up di otto mesi, quando è stato amministrato a 8, 12 e 16 settimane di età con un vaccino comune contenente antigeni per la difterite, il tetano la pertosse e l’haemophilus influenzae B (Hib). 

Lo studio ha inoltre riportato il 65% in meno nell’insorgenza delle nuove infezioni su un periodo di follow-up di tre mesi dopo la somministrazione delle tre dosi vaccinali”. Negli stessi mesi veniva realizzato un ulteriore test in Kenya e Tanzania su 894 bambini tra i 5 e i 17 mesi di età. “Si è valutata la sicurezza e l’efficacia dell’RTS,S/AS, combinato ad un altro Sistema Adiuvante di proprietà della GSK, noto con il codice AS01”, spiegano i responsabili della società farmaceutica. “Sono state somministrate ad ogni bambino altre tre dosi del vaccino sperimentale RTS,S/AS01 o il vaccino anti-rabbico

È stato provato che la formula RTS,S/AS01 riduce gli episodi di malaria clinica del 53% in un periodo medio di otto mesi. Studi successivi in Mozambico con l’utilizzo del vaccino RTS,S congiuntamente ad un Sistema Adiuvante differente della GSK (AS02) hanno provato il 35% di efficacia contro la malattia clinica per 18 mesi in bambini di età compresa tra uno e quattro anni”. Nel maggio 2009 ha infine preso il via la fase sperimentale “III” che ha visto la somministrazione del vaccino a più di 16.000 bambini di sette paesi dell’Africa Sub-Sahariana (Gabon, Mozambico, Tanzania, Ghana, Kenya, Malawi e Burkina Faso). 

Secondo US Army, nel centro clinico di Kombewa sarebbero stati sottoposti a test più di un migliaio di bambini di età compresa tra i cinque mesi e tre anni. “Il passo successivo sarà quello di trovare un altro migliaio di partecipanti che abbiano non più di sei settimane di vita”, spiega la responsabile del presidio militare. “Ciò significa ottenere la fiducia di nuove madri nei villaggi rurali, dato che esse partoriscono sempre in casa”. Un comunicato della GlaxoSmithKline in data 21 aprile 2010 afferma che “se sarà provata l’efficacia sui bambini tra i 5 e 17 mesi d’età, il nuovo vaccino sarà sottoposto ai controlli delle autorità sanitarie internazionali nel 2013”. 

Ulteriori dati sulla sicurezza e immunogenicità “saranno presentati quando essi saranno pronti”. “Se tutto andrà bene – prosegue GSK – la somministrazione generale dell’RTS,S ai bambini di età compresa tra le 6 e le 12 settimane di vita sarà possibile entro cinque anni”. Se tutto andrà bene, dunque. Male che va si potrà pensare di estendere la sperimentazione ad altre decine di migliaia di piccolissime cavie umane in tutto il continente africano.

Se appare incredibilmente spregiudicata e priva di etica la massiccia sperimentazione del vaccino in aree del continente dominate dalla fame, dal sottosviluppo, dall’analfabetismo e dall’assenza di qualsivoglia servizio primario, desta profonda inquietudine il ruolo assunto nella vicenda da un’unità “sanitaria” d’élite delle forze armate USA. USAMRU-Kenya vanta però una lunga tradizione nel campo della “ricerca scientifica” e della “prevenzione” delle infermità tropicali. 

In qualità di task force operativa estera del Walter Reed Army Institute of Research, l’unità fu inviata in Kenya nel lontano 1969 per avviare uno studio sulla tripanosomiasi, un’infezione parassitica trasmessa dalla mosca tse-tse. Nel 1973 USAMRU stabilì una propria sede permanente a Nairobi grazie ad un accordo con il Kenya Medical Research Institute. Negli anni successivi furono aperti laboratori nella capitale e nel Kenya occidentale (Kisumu, Kisian, Kombewa e Kericho) per la sperimentazione di farmaci contro malaria, tripanosomiasi, “malattie infettive globali emergenti” e l’HIV/AIDS. 

Proprio all’AIDS sono stati destinati gli sforzi maggiori più recenti: nell’ambito dell’United States Military HIV Research Program (USMHRP), lo staff di US Army sta sviluppando il vaccino HIV-1 ad efficacia globale e testando e valutando altri vaccini sperimentali contro l’AIDS. La sede del programma HIV è stata stabilita ancora una volta in Kenya, a Kericho, alla fine del 2000. 

Coincidenza vuole che a fine dicembre 2000 nasceva pure in Gran Bretagna la GlaxoSmithKline (GSK) grazie alla fusione di due grandi società farmaceutiche, Glaxo Wellcome e SmithKline Beecham. 

Con oltre 100 mila dipendenti e un fatturato di 34 miliardi di euro, GSK si colloca al secondo posto nel mondo con una quota di mercato del 5,6%, dietro il gruppo Pfizer. Il comportamento “etico” della multinazionale è stato duramente stigmatizzato da più parti e non sono mancati gli scandali che l’hanno vista direttamente coinvolta. Tra le fondatrici di EuropaBio, l’associazione-lobby che raggruppa le industrie che promuovono la legalizzazione della produzione e dell’impiego di cibi geneticamente modificati, GlaxoSmithKline è stata messa sotto inchiesta dalle autorità argentine a seguito della morte nel 2008 di 14 bambini sottoposti alla sperimentazione di un nuovo vaccino contro la polmonite e l’otite. Altri due bambini sarebbero morti durante analoghi test a Panama e Cile. 

Agli inizi del 2007 la GSK aveva cominciato la somministrazione di 15.000 vaccini contro lo pneumococco ad altrettanti bimbi minori di un anno in tre regioni del nord argentino, Mendoza, San Juan e Santiago dell’Estero. Secondo gli organi di stampa locali, i genitori, di origini umili, “firmavano senza sapere che si trattava di una sperimentazione in fase tre, direttamente su umani, di un farmaco che poteva comportare dei rischi”. Nonostante l’indagine, GSK ha iniziato a distribuire in tutto il continente africano il vaccino Synflorix “per combattere le malattie pneumococciche invasive”. 

Si tratta di un programma “umanitario” dal costo di 1,3 miliardi di dollari voluto da G8, Banca Mondiale e UNICEF, finanziato in buona parte dall’Alleanza pubblico-privato internazionale GAVI (Global Alliance for Vaccines and Immunisation), da cinque paesi donatori (Gran Bretagna, Canada, Russia, Norvegia e Italia) e dall’immancabile Bill & Melinda Gates Foundation. È prevista la distribuzione fino a 300 milioni di dosi prodotte da un impianto aperto dalla multinazionale a Singapore. 

Proprio un bell’esempio di mercato globale. Mentre fatturati e guadagni si moltiplicano inverosimilmente, il management di GSK ha varato un piano che prevede la chiusura a breve termine del Centro ricerche e produzione antibiotici di Verona, uno dei due impianti posseduti in Italia dalla società. A rischiare il licenziamento sono più di 600 lavoratori. Delocalizzazioni nel sud-est asiatico, test sui bambini africani, smantellamento dell’apparato produttivo in Europa. E nello sfondo la guerra, altro crimine del capitalismo dal volto sempre più disumano. 

Nell’ultima decade, la GlaxoSmithKline ha sottoscritto con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America ben 61 contratti per la fornitura di vaccini, farmaci e attrezzature sanitarie, per un importo complessivo di 75.555.579 dollari. Assai meno di quanto fatto però dal partner e “mecenate” Bill Gates: in computer, programmi e war games, Microsoft-Gates ha fatto affari con il Pentagono per 278.480.465 dollari. Due volte e mezzo in più di quello che è stato reinvestito per i nuovi vaccini contro la malaria.