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venerdì 21 ottobre 2011

Il miglior business è la beneficenza. Intervista a Bill Gates.

di Marcello Tansini
Fonte: businessonline

Quale è il miglior lavoro al mondo? Su quale business conviene investire davvero? La beneficienza.


Guro, imprenditore, informatico per eccellenza, fondatore ed ex-presidente della Microsoft. E il secondo uomo più ricco del mondo secondo la rivista Forbes. Il suo ultimo patrimonio stimato (2010) è di 53 miliardi di dollari. E sarebbe ancora nella lista dei più ricchi di tutti i tempi se non avesse il ‘vizio’ della beneficenza. 


Stiamo ovviamente parlando di Bill Gates, diventato ormai celebre per non aver lasciato tutta la sua eredità ai figli, ma averla distribuita soprattutto a favore di fondazioni e associazioni di beneficenza, lasciando loro 'l’indispensabile' per vivere.

Bill Gates dopo aver ultimamente donato 28 miliardi di dollari alla Bill & Melinda Gates Foundation, che sostiene cause umanitarie nel campo della salute, dello sviluppo e dell'istruzione, è rimasto 'solo' con gli ultimi 54 miliardi di dollari. 

Chi lo incontra non ha nessun dubbio: è un uomo che manca decisamente di ostentazione, il suo gioco preferito è il bridge e vive in una villa hi-tech, che si dice valga 125 milioni di dollari, completa di biblioteca con una citazione da Il grande Gatsby sul soffitto. 

Gates confessa: “Quando decisi di lanciarmi e creare Microsoft, non fu perché era una carriera lucrativa. Io e Paul Allen eravamo solo entusiasti del personal computer ed eravamo stupiti che nessuno ci stesse lavorando. Ci mettemmo al lavoro sui problemi più interessanti e assumemmo delle persone fantastiche. Abbiamo avuto il vantaggio di essere i primi”.

venerdì 7 ottobre 2011

Per le Onlus i clandestini "valgono" 21 milioni

Ecco il business dei diritti umani: per le Onlus i clandestini "valgono" 21 milioni
di Stefano Filippi 
Fonte IlGiornale 06/10/ 2011



Fino a due settimane fa, lo spettacolo pressoché quotidiano a Lampedusa e dintorni era il seguente. Le navi della nostra Marina avvistano il barcone carico di disperazione. A differenza di quanto sarebbe accaduto se si fosse trovata in acque maltesi, greche o spagnole, la carretta viene scortata in porto. 
I profughi sbarcano. La Protezione civile li rifornisce di acqua, cibo, coperte. Alcuni operatori salgono a bordo per prendersi cura di donne e minorenni, che vengono assistiti per primi. Gli agenti di polizia individuano lo scafista che aveva tentato di mimetizzarsi tra i fuggiaschi: sono loro a indicarlo alle forze dell’ordine. I migranti vengono portati al centro di prima accoglienza di Lampedusa per il riconoscimento fotosegnaletico. A quel punto subentra l’attesa per conoscere quale destino li attende: l’asilo, il permesso temporaneo di soggiorno, il rimpatrio.
A un certo punto della trafila, si inserisce un elemento particolare. È il presidio delle Onlus, le associazioni umanitarie presenti in forze a Lampedusa. La loro non è un’attività clandestina: ogni organizzazione agisce in base a un progetto approvato dal ministero dell’Interno. E ciascuna Onlus è dotata di un cospicuo fondo spese per pagare, tra l’altro, vitto e alloggio non agli africani, ma ai drappelli di volontari. Cosa che ha fatto felici albergatori e ristoratori dell’isola disertata dai turisti.
L’impegno dello Stato italiano per fronteggiare l’emergenza, valutabile in un miliardo di euro, non basta. Occorre l’intervento delle associazioni umanitarie. Il cui compito non è procurare prima assistenza ai profughi, ma inserirli in un circuito di protezione. Spiegare loro quali diritti hanno. Fare loro conoscere mediatori culturali, interpreti, avvocati. Organizzare la permanenza nell’isola. Aiutarli a sfruttare ogni piega della legge per poter restare in Italia. Metterli in contatto con i familiari, perché devono sapere che in Italia c’è posto per tutti.
Appena sbarcati, i nordafricani ignorano dove si trovano, non conoscono la lingua e le leggi del posto, sono stralunati. Eppure in pochi minuti hanno già firmato un plico di moduli in cui si mettono nelle mani di un avvocato sconosciuto ma garantito dalla provvidenziale Onlus. La formula è standard: «Io Tal dei Tali attualmente trattenuto presso l’ex base Nato Loran a Lampedusa dal giorno X nomino mio avvocato di fiducia Pinco Pallino, presso il cui studio eleggo domicilio, affinché svolga le pratiche necessarie per porre fine al mio trattenimento e richieda per mio conto un permesso di soggiorno. Ai sensi delle norme vigenti in materia di autocertificazione autorizzo ai trattamenti dei miei dati personali». Spesso la firma è una sigla incerta ma certificata da un funzionario del comune di Lampedusa sulla base del numero identificativo dello sbarco.
L’emergenza nordafricani è un sacrificio per gli automobilisti, che pagano più cari i carburanti. È un aggravio ragguardevole per il bilancio dello Stato. Ma è anche un’occasione di business. Per il 2011 il Fondo europeo per i rifugiati ha stanziato all’Italia 7.740.535,42 euro, più altri 6.850.000 straordinari per le «misure d'urgenza». Ulteriori 6.921.174,29 euro arrivano tramite il Fondo europeo per i rimpatri. Con questi soldi il Viminale finanzia progetti presentati dai soggetti più vari (enti locali e pubblici, fondazioni, organizzazioni governative e non, Onlus, cooperative sociali, aziende sanitarie, università) selezionati attraverso concorsi pubblici. Si tratta di 21 milioni e mezzo di euro complessivi.
Molti dunque sfruttano l’emergenza per ottenere visibilità, rivendicare ideologie, attaccare il governo, e anche per fare soldi. Ogni carretta del mare approdata a Lampedusa mette in movimento un complesso apparato. I direttori operativi delle Onlus si precipitano, dettano appelli scandalizzati e li diffondono tramite solerti uffici stampa chiedendo interventi, trasferimenti, soldi, chiaramente in tempi improrogabili. Gli avvocati, tutti attivi nel campo dei diritti umani e spesso difensori di pacifisti e no-global (la genovese Alessandra Ballerini, legale segnalata da Terres des Hommes, si candidò con la sinistra alle regionali 2010), redigono denunce ed esposti. I parlamentari di opposizione presentano interrogazioni allarmate in cui si parla di «prigionieri», «reclusione», «condizioni indegne di un Paese civile».


Il business dei diritti umani contagia perfino il mondo dell’arte. La scorsa settimana è stato presentato a Roma il progetto di trasformare le imbarcazioni abbandonate a Lampedusa in opere d’arte. «Un modo per dire che un relitto è tragica testimonianza - fanno sapere gli ideatori - ma anche porta verso il futuro». A ciò si aggiunge «la valenza epocale del fenomeno immigrazione», cui l’arte offre «un segno di solidarietà». Peccato che per la regione Sicilia le carrette siano rifiuti tossici perché verniciate da sostanze contenenti piombo. Altro che opere d’arte messe in vendita a beneficio dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati: dovrebbero essere smaltite con mille precauzioni. Assieme a tanta retorica assistenziale.

lunedì 25 luglio 2011

Quando la solidarietà diventa business: il caso Sisifo

Fonte: Mediterranews.org



Il Tribunale di Patti, (ME)  ha formulato una grave accusa “truffa aggravata e continuata” nei confronti di  Cono Galipò, rappresentante  legale del Consorzio di Cooperative Sociali “Sisifo”. La cooperativa, ricordiamo, tra il 2008 ed il 2010 ha  gestito il  Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Sant’Angelo di Brolo. Per il  Galipò,è stato chiesto il rinvio a giudizio, secondo quanto si legge su Left, la Procuratrice Rosa Raffa avrebbe firmato un dispositivo in cui si stabilisce che  ”il rappresentante del consorzio  si è procurato, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso”, l’imputato si sarebbe appropriato  ”di 40 euro oltre Iva al giorno per ciascun cittadino comunitario, con pari danno della Prefettura di Messina e del Ministero dell’Interno”. L’inchiesta ha dimostrato che per attivare la truffa tutto era molto semplice,  infatti bastava cambiare i tempi di soggiorno a quanto è stato calcolato l'illegittima permanenza al centro di 248 richiedenti asilo provenienti da Africa, Medio oriente e sud-est asiatico sarebbe stata complessivamente di 11.707 giorni e, conti alla mano, avrebbe comportato l’”ingiusto” esborso di 468.280 euro (+ IVA) a favore del consorzio. Per alcuni dei rifugiati si sono toccati tempi record: 33 tra uomini e donne, sono stati trattenuti nel Cara di Sant’Angelo di Brolo per più di 100 giorni dalla concessione del permesso di soggiorno, con i casi estremi di Mahamuud A. (309 giorni), Semere A. (288), Abdullah A.M. (231).” Conti che sono enormi, miliardari, ma Galipò si è persino giustificato “i profughi hanno semplicemente aspettato di essere trasferiti da un centro a un altro”. LegacoopSicilia e LegacoopSociali ha espresso e ribadito in una nota scritta,  ”piena fiducia” nella magistratura che “certamente farà chiarezza confermando la correttezza della gestione del Centro da parte del Consorzio, in ogni ambito improntata a criteri di trasparenza, correttezza e professionalità, in special modo nell’assistenza agli immigrati che ha visto Cono Galipò agire con profondo amore e passione praticando i valori della solidarietà…”. Galipò, che è anche un  ex sindacalista Cgil vede al suo fianco  pure la Cisl siciliana convinta che il Cara di Sant’Angelo ha offerto “servizi eccellenti sia in termini efficienza sia in termini di qualità, registrando pure una integrazione sociale tra la popolazione residente e gli ospiti”.


La vicenda della struttura di Sant’Angelo di Brolo, è come al solito controversa infatti apprendiamo online che nel settembre 2008 il Ministro degli Interni aveva deciso  di utilizzare il piccolo centro sporadicamente a causa delle manifestazioni della popolazione, poi però tutto si era placato e tramutato anche perchè molto dei lavoratori erano proprio di Sant’Angelo, la convenzione dunque viene data al Consorzio Sisifo che da quel momento gestirà tutti gli interventi di accoglienza e quanto altro, ovviamente le lamentele degli ospiti non mancano. Il non luogo fa in fretta a mostrare le altre mille ed una faccia. Il centro viene chiuso e convertito in velocità in una residenza sanitaria assistenziale per anziani non autosufficienti e disabili e la gestione affidata alla cooperativa “Servizi sociali” di San Piero Patti, il cui rappresentante legale è Cono Galipò, mentre direttore generale è il figlio Carmelo, consigliere comunale di minoranza a Capo d’Orlando. Insomma il gioco della matrioska viene perpetrato. Intanto Galipò fa carriera, viene
nominato amministratore delegato di Lampedusa Accoglienza, la società a responsabilità limitata costituita insieme a BlueCoop (Consorzio Nazionale Servizi di Bologna) che dal giugno 2007 gestisce il Centro di soccorso e prima accoglienza (CSPA) di Lampedusa. Il capitale che gira intorno ai migranti anche qui è altissimo, seppure pare limitato, la spesa quotidiana è di  33,42 euro, 16 euro in meno della gestione precedente, sembra infatti che la Bluecoop con Lampedusa Accoglienza abbia praticato un ribasso  di oltre il 30% . Nuove polemiche per il Galipò, ma facili risposte come sempre, “Gestiamo tutto attraverso grandi centri d’acquisto che ci permettono economie di scala”,  ”Le carte telefoniche, ad esempio, le compriamo direttamente da Tim, hanno 5 euro di valore in telefonate, ma a noi costano meno. Usiamo poi contratti d’inserimento lavorativo e altre forme che permettono sgravi contributivi”. (left)Più risparmi e più precarietà delle figure professionali occupate.Ma non finisce qui, Sisifo continua ad espandersi ogni dove, infatti da agosto 2010 gestisce il centro semidetentivo di Elmas situato a qualche metro dalle piste dello scalo aereo Mameli. Sisifo poi ha anche partecipato alle gare per i Cie di  èCie di Torino e Ponte Galeria (Roma),  Cie-Cara di Gradisca d’Isonzo e del centro di prima accoglienza di Borgo Mezzanone (Foggia).

domenica 19 giugno 2011

Siria: il cugino di Al Assad lascia il suo Business per dedicarsi alla beneficenza

di Ahmed Lulu 
Fonte: Global Voices online



Il 16 giugno, alla vigilia di un nuovo Venerdì di protesta in Siria, la televisione di stato siriana ha annunciato che l'uomo d'affari Rami Makhlouf (41), lascierà il lavoro per dedicarsi alla beneficenza.


Su Twitter, Nasser H. Al-Shaikh è stato il primo a riferire la notizia, parlando al canale di informazioni Al Arabiya:
AlArabiya: Syrian businessman Ramy #Makhlouf gives up his properties to the state #Syria #Assad
In un altro Twitter, spiega:
#Makhlouf is a cousin of President #Assad & according to FT he's thought to control up to 60% of #Syria's economy. http://is.gd/c9zF3v
Immediatamente ci sono state reazioni.
RevolutionSiria, una delle fonti principali su Twitter sulle novità della rivoluzione Siriana ha commentato:
I would laugh if this wasn't so disgusting. #Makhlouf says he'll devote profits from his business to charity…. http://fb.me/TdWulPXB
Il tweete di MagdyBasha123 ha espresso scetticismo scrivendo
#somebodytellmewhy #daddysays #wakemeup whn Rami #Makhlouf is prosecutd 4 corruption & not given red carpet trtmnt as #philanthrapist #SYRIA
Altri hanno accolto favorevolmente la decisione, ma hanno sottolineato che questo non è sufficiente per soddisfare le richieste dei manifestanti. Lasyrie ha tweetato:
Rami #Makhlouf, steals us and now wants to give us back our money, great, but stealer must be judged. #syriatel #syria #syria #liban
Venerdì 17, i manifestanti che sono scesi per le strade della Siria come ogni Venerdì degli ultimi tre mesi, hanno risposto alla decisione Rami Makhlouf `chiedendo di rinunciare alle sue imprese.


Makhklouf è stato accusato dai manifestanti di corruzione e di monopolio su ogni tipo di attività in Siria, dalle telecomunicazioni ai media al settore immobiliare. E' stato anche accusato di coinvolgimento diretto nella pesante repressione sui manifestanti. Il fratello Rami, il colonnello Hafez Makhlouf, è il vice capo della Direzione Generale della Sicurezza e capo dei servizi segreti di Damasco.

giovedì 9 giugno 2011

Terzo settore: muove business da 60 mld. difficili rapporti con mercato


Fonte: Asca

(ASCA) - Roma, 8 giu - Il terzo settore e il mondo cattolico contribuiscono al PIL italiano per il 5% e occupano in forma retribuita almeno 750.000 persone, con un giro d'affari di oltre 60 miliardi di euro, ma il rapporto con il mercato risente di profonde difficolta' di diverso genere. 
Da parte del mondo religioso e del non profit gli acquisti sono una funzione problematica; da parte delle aziende non si riesce a cogliere tutte le opportunita' offerte da un'area economico-sociale che potrebbe rappresentare un polmone significativo di business. 
E' quanto emerge da una ricerca commissionata da Sevicol (struttura che da quasi cinquant'anni e' al servizio del dialogo tra comunita', enti religiosi, servizi sociali e aziende) a Lexis Ricerche e Gruppo Arete', i cui primi risultati saranno resi noti a Roma nell'ambito di un convegno, il 14 giugno dal titolo: ''Mondo cattolico, terzo settore e comunita': il rapporto con il mercato in tempi di crisi economica''. 
Intervengono rappresentanti primari delle realta' cattoliche e non profit e istituzioni del mondo economico e politico. 
Terra' una relazione S.E. 
Cardinale Giovanni Battista Re, che celebrera' una Messa inaugurale. 
A fronte dei nuovi scenari sociali, Sevicol ha creato un osservatorio permanente che rendera' noti i primi risultati al convegno del 14, e un portale (www.sevicol.it) le cui finalita' saranno illustrate nel corso dei lavori. 
Nel 2010, gli investimenti lordi in marketing sociale in Italia sono stati pari a 198 milioni di euro, con una crescita del 3,3% rispetto al 2009. 
Per le aziende, quindi, essere presenti sul portale Sevicol rappresentera' una via preferenziale per restare in contatto con un settore che contribuisce senz'altro a muovere l'economia.

mercoledì 13 aprile 2011

Il business solidale è funzionale alle "guerre umanitarie"?

di Marco Cedolin
Fonte: marcocedolin.blogspot.com

Quello della solidarietà internazionale è un universo estremamente composito che negli ultimi decenni ha conosciuto una crescita esponenziale in grado di stravolgere in profondità tanto gli obiettivi originari dei progetti quanto le dinamiche attraverso cui le varie organizzazioni interagiscono con le realtà specifiche all’interno delle quali si trovano ad operare.
Si stima che nel mondo siano attive ad oggi almeno 50.000 ONG che ricevono oltre 10 miliardi di dollari annui di finanziamenti ed occupano centinaia di migliaia di operatori distribuiti su vari livelli, più della metà dei quali provenienti dai paesi occidentali.
La sola Associazione delle ONG Italiane raggruppa 160 organizzazioni, si interessa di 3.000 progetti in 84 paesi del mondo, occupa 5.500 persone e gestisce 350 milioni di euro l’anno.
Se un tempo dedicarsi alla solidarietà internazionale rappresentava una scelta di vita “per pochi”ardimentosi idealisti che avevano deciso di mettersi al servizio del prossimo, oggi quello in mano alle ONG è un vero e proprio mercato economico gestito attraverso le regole del marketing da professionisti della “solidarietà” formati per mezzo di master universitari e corsi di specializzazione che abbracciano le tematiche più svariate spaziando dal peacekeeping al commercio equo, alla cooperazione allo sviluppo.....

Proprio fra le pieghe del termine “sviluppo” impropriamente usato ed abusato quale sinonimo di benessere e prosperità, si può cogliere l’approccio strumentale attraverso il quale l’occidente interagisce nei confronti di società e culture differenti, senza prestare alcuna attenzione alle singole specificità.

Il sistema politico ed economico occidentale, caratterizzato dal consumismo più sfrenato, dalla mercificazione dell’esistente, dall’appiattimento dei valori morali ed umani sull’altare dell’economicismo, viene assunto come “modello” da esportare dappertutto in un mondo che si vuole sempre più globalizzato e convertito ai dogmi del sistema sviluppista. Colonialismo e neocolonialismo hanno sradicato culture millenarie ed economie di sussistenza basate sul rapporto armonico con la natura, attraverso guerre ed invasioni spesse volte definite ipocritamente preventive o umanitarie, causando l’impoverimento d’interi continenti, la cui popolazione è stata costretta a “competere” nell’arena della modernità industriale senza avere i requisiti per poterlo fare.
Il modello occidentale basato sul miraggio della crescita infinita continua a fagocitare nuovi popoli e nuovi territori, alla perenne ricerca dell’energia che gli consenta la sopravvivenza e del “capitale umano” necessario ad alimentare la macchina di produzione. Si tratta di un atteggiamento invasivo e distruttivo attuato con supponenza senza il minimo rispetto per le differenze politiche e culturali, in totale spregio di ogni dimensione comunitaria di scambio e reciprocità locale. La cultura dello “sviluppo” forte della propria aggressività e dei falsi valori di civiltà di cui si fregia in maniera arbitraria ed autoreferenziale, continua ad imporre sé stessa in totale spregio delle altre culture, degli stili di vita differenti e del diritto all’autodeterminazione dei popoli.

L’universo della solidarietà internazionale si muove nell’alveo della cultura sviluppista, proponendosi di porre rimedio alle devastazioni create dallo sviluppo, proprio attraverso pratiche politiche, sociali ed economiche che si basano sullo stesso concetto di sviluppo, il più delle volte corredato dall’aggettivo sostenibile. Il corto circuito logico alla base di un simile progetto risulta evidente ed esso va letto alla luce delle profonde trasformazioni che dagli anni 80 ad oggi hanno caratterizzato le organizzazioni dedite alla solidarietà, limitandone in profondità l’autonomia di movimento. Abbandonato lo spontaneismo le ONG hanno dovuto nel corso degli anni assumere una veste molto più strutturata, al fine di essere riconosciute dai grandi organismi mondiali e dai governi nazionali, in modo da potere avere accesso ai finanziamenti e agli sgravi fiscali.
Tale trasformazione suffragata dalla necessità di evitare sprechi, disfunzioni e malversazioni ha in realtà contribuito a rendere il settore poco trasparente, arrivando ad incidere in maniera notevole sulla stessa natura “non governativa” delle organizzazioni. La possibilità per le ONG di realizzare progetti di assistenza ed aiuto accedendo ai finanziamenti necessari è infatti subordinata al riconoscimento a loro accordato da parte dell’ONU, della UE, della Banca Mondiale e degli altri organismi governativi. Questo fa si che i progetti delle organizzazioni umanitarie finiscano per doversi conformare agli interessi dei propri “donatori” anziché alle esigenze reali delle persone interessate, creando in questo modo una sorta di sudditanza fra coloro che si propongono di lenire le sofferenze e quegli organismi governativi che hanno contribuito al loro dilagare.

Sostanzialmente l’azione delle ONG, nonostante l’impegno e la buona fede di molti fra coloro che in esse si adoperano, sta diventando sempre più funzionale agli obiettivi politici ed economici dei governi e le organizzazioni umanitarie si ritrovano sempre più spesso costrette ad assecondare le strategie militari, fino a diventare parte integrante dei processi di “stabilizzazione” successivi ai conflitti armati, nella misura e nei modi voluti dai vertici degli eserciti. Così come è accaduto e sta accadendo nella ex Jugoslavia, in Afghanistan e in Iraq le ONG hanno finito per interpretare il ruolo ambiguo di garanti del processo di democraticizzazione ottenuto tramite “l’esportazione armata” della cosiddetta democrazia liberale che ha imposto lo smantellamento di qualsiasi forma di democrazia di base, partecipazione alla gestione del bene e comune e aggregazione sociale esistente in loco.
Altrettanto spesso le ONG si ritrovano a gestire il cospicuo business degli aiuti con la partecipazione degli elementi più opportunisti della vecchia classe dirigente, contribuendo a creare una sorta di elite composta da una ristretta cerchia di funzionari il cui potere è determinato dall’ingente disponibilità di risorse finanziarie in loro possesso.
Un esempio su tutti delle contraddizioni che caratterizzano il mondo della solidarietà ci è stato fornito dalla recente storia dell’Afghanistan. Nel 2001 tutte le ONG presenti in loco lasciarono Kabul prima dell’attacco americano, proprio quando sarebbe stato maggiormente necessario l’intervento umanitario. A guerra finita tornarono più numerose di prima con corredo di jeep nuove fiammanti e grandi disponibilità di denaro, parte del quale fu usato per affittare o acquistare immobili a prezzi di molte volte superiori a quelli di mercato.
La maggior parte del denaro donato alle organizzazioni umanitarie spesso non raggiunge infatti coloro che soffrono ma viene dissipato nei mega stipendi e rimborsi spese degli alti dirigenti, nella remunerazione generosa degli altri dipendenti, negli affitti o acquisti d’immobili e autovetture e in altre spese accessorie non sempre indispensabili, con la prerogativa di privilegiare negli acquisti di prodotti e servizi le aziende del paese che fa le donazioni.

Il mondo della solidarietà riflette in larga misura le storture della nostra società occidentale ed ha ormai tutti i connotati di un business in espansione all’interno del quale molti ambiscono a ritagliarsi una “posizione” per motivi di profitto e di prestigio. La presenza delle ONG “allineate” è gradita tanto alla politica che attraverso di esse purifica la propria immagine e la propria coscienza, quanto agli apparati militari che ne sfruttano le capacità stabilizzatrici, quanto ai grandi poteri economici e finanziari che usano le organizzazioni umanitarie come teste di ponte per cogliere le grandi opportunità connesse alla ricostruzione.
Nonostante molte persone siano animate dalle migliori intenzioni ed operino in totale buona fede, larga parte delle ONG si è ormai discostata dagli obiettivi di solidarietà ed aiuto del prossimo che dovrebbero essere la base di ogni progetto umanitario.
Si può infatti aiutare veramente gli altri solamente riconoscendoli come tali, rispettando la loro identità culturale e attribuendo loro la nostra stessa dignità. Qualunque forma di solidarietà matura deve essere vissuta all’insegna della reciprocità e non può prescindere dal rispetto delle peculiarità del prossimo, senza la pretesa di volerlo “convertire” ed appiattire sulla falsariga del nostro modello di società, senza doverlo per forza di cose considerare un “selvaggio” in via di sviluppo.

giovedì 7 ottobre 2010

Rockefeller di Genova. Storia di Gaslini

di Lia Fubini
Fonte: www.sbilanciamoci.info


Imprenditore spregiudicato, filantropo generoso. In una biografia di Gerolamo Gaslini, una illuminante storia italiana. Con giallo finale
La storia di Gerolamo Gaslini, della sua attività di imprenditore accorto e spregiudicato, filantropo ed evasore fiscale, solleva questioni quanto mai attuali sul rapporto fra mondo degli affari, etica, e politica. La sua biografia, "Rockefeller d'Italia. Gerolamo Gaslini imprenditore e filantropo", di Paride Rugafiori (edita da Donzelli), narra della vita dell’industriale genovese, delle vicende delle sue imprese e dell’ospedale da lui fondato, dei suoi legami con il mondo politico ed ecclesiastico, attraverso una ricostruzione storica attenta e rigorosa, che pure appare scorrevole e appassionante come un romanzo.
C’è un giallo nella vicenda di questa biografia. Il libro si apre con un’avvertenza in cui si spiega che la stesura del libro è stata ultimata nell’estate 2006, dopo un’impegnativa ricerca affidata all’autore dalla Fondazione Gerolamo Gaslini di Genova. La Fondazione decide di non promuoverne la pubblicazione, pur non muovendo alcun rilievo al lavoro dello storico e senza giustificare tale decisione. Il libro esce così tre anni dopo per autonoma iniziativa dell’autore e dell’editore. Va notato che al momento della consegna del lavoro i vertici della Curia e della Fondazione, che alla Curia appartiene, è mutato. Cardinale di Genova è Bagnasco, che succede a Bertone e a Tettamanzi. Non sappiamo altro; è noto tuttavia che la posizione di Bagnasco e Bertone sono assai più conservatrici di quella del predecessore. Certo è che il libro di Rugafiori rimane in un cassetto e l’intenzione dei vertici della Fondazione è evidentemente quella di nascondere al pubblico questa vicenda davvero interessante e accuratamente documentata. Perché il committente non ha voluto pubblicarlo? In assenza di chiarimenti possiamo solo fare delle ipotesi. Forse perché la figura di Gaslini non ne esce del tutto limpida? Dalla biografia in questione apprendiamo che Gerolamo Gaslini, abile imprenditore e filantropo, fondatore e finanziatore del più importante ospedale pediatrico d’Italia, è un grande evasore che tiene accuratamente la contabilità nera, è uno speculatore sui cambi e sui prezzi delle materie prime, un industriale che si guadagna la benevolenza e i favori dei politici e della chiesa attraverso “donazioni” e tangenti, un personaggio che abilmente si lega in politica al carro del vincitore. Luci ed ombre dunque, che non permettono di far emergere il ritratto di un personaggio “senza peccato” che forse avrebbero preferito i nuovi vertici della Curia e della Fondazione e che apre interrogativi anche sui comportamenti della Chiesa. Chissà, forse esisteva il timore che si aprisse il dibattito su un passato non del tutto limpido e che il discorso scivolasse sulle analogie col presente. Ma queste sono illazioni; l’autore non ce ne parla.

Sarebbe stato un vero peccato se questa biografia non fosse stata resa pubblica.

La figura di Gaslini imprenditore era stata finora ignorata dalla storiografia e la sue vicende per lo più erano sconosciute al pubblico, quasi fosse stato come un imprenditore di scarso rilievo. Scopriamo invece che si trattava del fondatore di un gruppo conglomerale decisamente importante nel panorama economico italiano dagli anni trenta ai sessanta del secolo scorso. La sua impresa, avviata col fratello nel 1907 con un modesto capitale iniziale e “avente per oggetto l’esercizio del commercio e della rappresentanza di olii” cresce rapidamente, passa all’attività produttiva e inizia un processo di diversificazione. Negli anni trenta Gerolamo Gaslini guida un vasto gruppo che include imprese alimentari, chimiche, agricole, immobiliari, e perfino una banca di medie dimensioni, si destreggia abilmente nel commercio estero e nella speculazione sulle materie prime anche in un momento in cui il protezionismo è di ostacolo agli scambi internazionali. Per sviluppare la sua attività tesse una rete di relazioni politiche, si guadagna i favori di Mussolini e finanzia le iniziative sociali del fascismo, tant’è che diventa senatore del Regno. Ma quando vede delinearsi la caduta del regime cambia rapidamente bandiera. Dopo la guerra si lega a De Gasperi e al Cardinale Siri.

Gaslini riesce con abilità a creare un mercato quasi monopolistico degli oli vegetali attraverso processi di integrazione, accordi e fusioni. Il suo gruppo entra in crisi alla metà degli anni cinquanta per l’intrecciarsi di varie cause legate in larga misura al mutamento del quadro economico del dopoguerra, quali l’incapacità di adeguarsi all’apertura dei mercati internazionali e di utilizzare le nuove strategie di marketing e pubblicità che si affacciano nell’Italia del dopoguerra. Probabilmente ha giocato un ruolo importante l’età avanzata di Gaslini che, dopo aver mantenuto per decenni sotto il suo controllo le molteplici attività del gruppo, non ha saputo circondarsi di un management competente e assicurarsi una successione.

Personaggio meticoloso, Gaslini tiene accuratamente la contabilità reale in parallelo a quella ufficiale. Grazie alla documentazione raccolta da Rugafiori e presentata nell’appendice del libro ci troviamo di fronte uno dei casi rarissimi in cui è possibile confrontare per un lungo periodo la differenza fra gli utili ufficiali e utili effettivi ed evidenziare così le pratiche di manipolazione dei bilanci. Scopriamo così che dal 1929 al 1942 gli utili dichiarati sono circa il 7% di quelli effettivi, che negli anni trenta l’indice di redditività del patrimonio reale si attesta su valori fra 9 e 10 volte quelli ufficiali. Si tratta quindi di una frode colossale ai danni del fisco.

Gaslini spende una cifra ben inferiore agli enormi utili non dichiarati per l’ospedale infantile di Genova da lui fondato e intitolato alla figlia Giannina morta undicenne. Questo dato sembra ridimensionare la figura di Gaslini filantropo. Ma nel 1949, costituisce la Fondazione Gaslini, un ente di diritto pubblico a cui cede l’intero suo patrimonio. Si tratta di una fondazione holding gestita in modo innovativo, che sostiene l’attività non profit dell’Istituto Giannina Gaslini a tutela della salute infantile, che usa i profitti delle imprese Gaslini per svolgere le sue attività. Anche la gestione dell’ospedale pediatrico sembra essere per Gaslini una nuova sfida imprenditoriale. Ma il suo gesto non chiede contropartite neppure indirette, come spesso appaiono le azioni imprenditoriali paternalistiche che comportano forme di controllo aziendale e sociale volte a evitare situazioni di conflitto. È invece un comportamento puramente altruistico orientato a offrire senza discriminazioni il diritto a un’assistenza sanitaria che non era prevista a quel tempo in Italia.

Si evidenzia così un’apparente contraddizione fra la figura dell’industriale e quella del filantropo.

La figura di Gaslini industriale appare rappresentativa di una classe imprenditoriale italiana del secolo scorso che si è fatta da sé in modo spregiudicato con mezzi leciti e illeciti, che non esita a pagare tangenti e a frodare il fisco, che cresce all’ombra di importanti protezioni politiche.

Viceversa la figura di Gaslini filantropo è del tutto anomala, non cerca riconoscimenti e non ha ricadute positive sulla sua attività di imprenditore, il suo altruismo è autentico. La sua decisione di cedere ancora in vita tutto il suo patrimonio è ancora più radicale di quella di Rockefeller che alla sua fondazione benefica destinò solo parte dei suoi averi.
Paride Rugafiori, "Rockefeller d'Italia. Gerolamo Gaslini imprenditore e filantropo", Donzelli, 2009

martedì 22 settembre 2009

Io faccio la spesa giusta", il mercato equo vale oltre 40 mln di euro

Fonte fairtradeitalia.it


Ottobre all'insegna del commercio equo e solidale, un mercato in crescita continua. Torna infatti dal 17 al 25 ottobre, giunta alla sesta edizione, "Io faccio la spesa giusta", la settimana nazionale organizzata da Fairtrade Italia in collaborazione con Legambiente, Banca popolare Etica, Movimento Consumatori, Arci e Librerie Feltrinelli. I numeri: il mercato è passato in Italia da 39 milioni di euro del 2007 (valore al consumo) ai 43,5 milioni del 2008 e, in tutto il mondo, da 2,3 a 2,9 miliardi di euro.
La settimana coinvolgerà tremila punti vendita della piccola e grande distribuzione, ristoranti e self service. L'iniziativa coinvolgerà infatti i supermercati Auchan, Carrefour, Conad, Coop, Crai, Lidl, Naturasì con promozioni e materiali che evidenzieranno le referenze equosolidali, i ristoranti aderenti a Io faccio la cena giusta, le filiali di Banca popolare Etica, piazze e banchetti organizzati da Legambiente e Movimento consumatori, mentre nelle Librerie Feltrinelli si svolgerà la presentazione del libro "Equo & Solidale. Un ricettario per tutti i giorni" (edizione Tecniche Nuove) che propone più di 100 ricette con ingredienti di commercio equo e solidale.

martedì 18 agosto 2009

Gli aiuti umanitari sono un business. Ma solo per le Ong

Linda POLMAN
Intervista di Paolo Bracalini 

Fonte: Il Giornale

Linda Polman conosce il mondo della beneficenza da molto vicino. Non solo per aver scritto due libri sul tema (Onu. Debolezze e contraddizioni di una istituzione indispensabile per la pace e il recentissimo “L’industria della solidarietà”) ma anche per aver fatto la volontaria in Africa, per anni, come esperta della Nazioni Unite. Ha insomma visto di persona come funziona la macchina degli aiuti, l’industria della bontà. Ma l’idea che se n’è fatta è molto lontana dalle promesse delle pubblicità progresso.

La solidarietà è un business?

Linda POLMAN: «Sì. Decine di migliaia di persone sono impiegate in decine di migliaia di Ong - piccole, internazionali, locali -. È un sistema che muove miliardi e che conta un numero esorbitante di organizzazioni: 37mila. I soldi sono tanti, insieme formerebbero il Pil della quinta potenza mondiale. Le Ong fanno a gara tra loro per aggiudicarsi questa montagna di fondi, i dollari degli aiuti. Come qualunque impresa privata, guardano ai soldi. Se una Ong vuole sopravvivere in questa competizione deve darsi da fare per fare progetti che attirino l'interesse dei donors, dei benefattori. Ma questo non è necessariamente un fatto positivo».

E perché no?

Linda POLMAN: «Perché c’è un meccanismo perverso: chi dona i soldi sceglie l'organizzazione umanitaria in base all'efficienza, alla rapidità, certo, ma anche sulla base della notorietà dell'associazione, dal fatto di essere rappresentata magari da personaggi che compaiono in tv. È successo spesso che le Ong pagassero dei testimonial o dei bravi pierre per accreditarsi tra i supporter finanziari. Il colonnello Ojukuwu in Biafra si fece assistere da un ufficio di pubbliche relazioni di Ginevra per invitare i giornalisti europei a raccontare e filmare la fame nel Biafra. Ovviamente il colonnello poi confiscò parte degli aiuti per il suo esercito e per comprare armi. Ma anche i palestinesi ricorrono a esperti di comunicazione».

Ma poi le Ong si renderanno utili nelle zone svantaggiate.

Linda POLMAN: «Dipende da cosa si intende con “essere utili”. Le racconto un episodio vissuto in prima persona. Eravamo in Sierra Leone, c’erano moltissime vittime della guerra civile con braccia o gambe amputate. Le Ong erano chiamate lì per fornire arti artificiali. Siccome una Ong “guadagnava” più sovvenzioni a seconda del numerodi arti artificialiche “piazzava” in Sierra Leone, si scatenò una competizione incredibile tra le organizzazioni umanitarie per diffondere le proprie protesi.Una Ong arrivò a distribuire braccia artificiali già munite di orologio al polso, per battere la concorrenza. Altre Ong hanno risolto la faccenda portando gli amputati della Sierra Leone direttamente in Usa o Germania, per impiantarele proprie protesi e ricevere i finanziamenti governativi».

Insomma sembra che la bontà c’entri meno del business...

Linda POLMAN: «È un mercato anche quello della solidarietà, che si combatte con le armi proprie del mercato. In più qui c’è un drammatico problema: i soldi spesso finiscono non ai bisognosi, ma ai dittatori responsabili di carestie e stermini».

Perché non si riesce a controllare dove finisce il flusso di denaro?

Linda POLMAN: «È difficile, se non impossibile. Che si tratti di democrazie, dittature o governi militari, sono sempre le autorità locali a decidere a quali condizioni e in che modo gli aiuti economici devono essere spesi. Se la loro decisione è rubare, gli aiuti umanitari li aiuteranno a rimanere al potere. Il problema è che i disastri umanitari non succedono mai nelle democrazie, ma in posti orribili con pessimi governi o dove i governi sono sostituiti da una banda di ribelli o guerriglieri».

Quindi alla fine gli aiuti «aiutano» spesso i criminali?

Linda POLMAN: «La solidarietà è un business anche per le parti coinvolte in una guerra civile. Sono un ingrediente fisso nelle strategie di guerra, ognuna delle parti in causa cerca di aggiudicarsi la fetta più grande di aiuti e di fare in modo che i nemici ne abbiano il meno possibile».

Ecco quello che lei chiama «il dilemma del lager nazista»...

Linda POLMAN: «Immaginiamo di essere nel 1943 e di guidare un’organizzazione umanitaria. Ci chiamano per portare degli aiuti nei campi di concentramento nazisti, ma la condizione è che chi sta alla direzione di quei campi stabilisca quanta parte andrà ai prigionieri e quanta invece andrà al personale nazista».

E il dilemma come si risolve?

Linda POLMAN: «Le organizzazioni umanitarie, per come agiscono nella prassi, non avrebbero dubbi: porterebbero gli aiuti ai nazisti».

mercoledì 30 gennaio 2008

Filantropia: quando la beneficienza si trasforma in business

di Emanuela Di Pasqua
Fonte. FERPi


A Davos è uno dei temi più caldi, mentre è stata studiata una linea, Product Red, appositamente dedicata ai Paesi in emergenza Aids. Uno speciale della webzine CNet sui nuovi protagonisti del capitalismo creativo.

Filantropia e miliardari, aziende etiche e profitto, aiuti umanitari e bilanci: ne parlano tutti in questi giorni, in occasione del World Economic Forum e alla vigilia del ritiro di Gates che, una volta congedatosi da Microsoft, andrà a gestire (con la moglie) a tempo pieno la società no-profit da 33 miliardi di dollari dedicata agli aiuti umanitari. CNet dedica uno speciale al tema, che per altro da tempo si è guadagnato l'attenzione dei media, i quali si chiedono se dietro a questa inedita attenzione ci possa essere anche un bisogno di espiazione da parte di molti magnate apparentemente senza scrupoli. Proprio a Davos, Gates ha coniato la locuzione, ripresa da molti osservatori, di capitalismo creativo, alludendo proprio a un modo di fare business non solo responsabile, ma addirittura umanitario. La questione è che si può trasformare la beneficenza in business, utilizzando le forze che regolano i mercati per aiutare le nazioni più povere, soprattutto provvedendo al loro fabbisogno farmeceutico, per curare o attenuare patologie per le quali esistono i medicinali, ma i costi spesso non sono accessibili. Basta fare ciò che si sa fare insieme ai Paesi in via di sviluppo.
In questa direzione va per esempio l'iniziativa della linea di prodotti Red, la società di branding anti-aids fondata da Bono degli U2: per la vendita di ogni prodotto di questa linea una determinata quota viene destinata ai Paesi più coinvolti da questa emergenza. Micosoft e Dell per esempio commercializzeranno computer con marchio Red, ma non sono le uniche aziende ad aver aderito al progetto filantropico. Insomma non solo è possibile un capitalismo attento e responsabile, ma addirittura le ragioni del profitto possono coincidere con quelle umanitarie. Inutile dire che Bill Gates non è l'unico miliardario che si è fatto trascinare dalle buone cause. Intanto Microsoft rende noti i bilanci trimestrali e porta a casa risultati più che soddisfacenti, snobbando addirittura la débacle borsistica di questi giorni. Evidentemente il capitalismo creativo funziona.