domenica 9 gennaio 2011

Haiti: Dove sono finiti 1,4 miliardi di dollari raccolti in Usa?


Dopo il devastante terremoto che ha colpito Haiti un anno fa, dozzine di importanti organizzazioni senza scopo di lucro ed associazioni filantropiche hanno raccolto oltre un miliardo di dollari, esattamente 1,4 miliardi da destinare ai soccorsi e alla ricostruzione del Paese caraibico. Peccato che meno del 40 per cento di quella somma sia stato impiegato per i fini per i quali era stato donato. Il rimanente non si sa che fine abbia fatto? Ingrassa i conti correnti delle organizzazioni umanitarie? è stato dirottato per altri scopi, leciti ma forse anche illeciti? aspetta che si presentino occasioni propizie per aiutare gli haitiani senza spechi?
Nessuno lo riesce a capire, i responsabili interpellati sono stati evasivi a dire il meno. Si tratta di un vero e proprio scandalo che è stato denunciato dal giornale on line Huffingtonpost.com nella sua edizione di venerdì sera e lasciato lì in home page come monito per il risveglio del week end degli americani.
Secondo Huffington Post, nel corso dell’ultimo anno, questi gruppi hanno speso centinaia di milioni perchè milioni di haitiani potessero avere acqua, servizi igenici, cibo ed altre forme di assistenza. Altri donatori hanno pianificato le loro spese, riservando fondi per progetti a lungo termine cruciali nella ricostruzione dell’isola.
Ma secondo rivelazioni dell’Huffington Post, alcune organizzazioni forniscono risposte vaghe se gli si chiede come e quando intendono spendere i milioni raccolti rimasti e custoditi nelle loro casse.
Nel 2010 gli americani hanno donato complessivamente oltre 1,4 miliardi di dollari destinati agli aiuti per Haiti, ma di questa enorme somma solo il 38 per cento  stato speso per soccorsi e ricostruzione, secondo un’indagine condotta dalla Chronicle of Philantropy su 60 delle principali organizzazioni che hanno raccolto gli aiuti.
The Huffington Post rileva a questo proposito che, per contro, quando nel 2005 l’uragano Katrina si abbattè sulle coste del Golfo del Messico devastando in particolar modo la Louisiana e la sua principale città, New Orleans, le organizzazioni assistenziali spesero l’80 per cento del denaro raccolto.
Il sito denuncia questa riluttanza ad utilizzare per Haiti i fondi reperiti pubblicando una lunga lista di associazioni che hanno raccolto le somme, ma che ne hanno speso solo una parte, trattenendo il resto.

domenica 2 gennaio 2011

Finti contratti di solidarietà, truffa all'Inps da 200mila euro

Fonte: Il Resto del Carlino


I contratti prevedono una riduzione dell'orario di lavoro e dei salari: la Finanza ha però scoperto che una cooperativa di trasporti, in realtà erogava dei 'fuori busta' al personale e assumeva in nero nel periodo di ferie dei dipendenti



Pesaro, 11 gennaio 2011 - Una truffa da 200 mila euro ai danni dell'Inps e della Regione Marche quella messa a segno da una cooperativa di trasporti della provincia, attraverso finti contratti di solidarietà per i dipendenti, sottoscritti con i sindacati con la scusa della crisi economica.


Il contratto prevede una riduzione dell’orario di lavoro e dei salari (circa il 26%), compensata con i contributi dell’Inps e della Regione. La Guardia di Finanza ha però scoperto che la cooperativa, in realtà, erogava al personale dei ‘fuori busta’, facendo assunzioni in nero nel periodo di ferie dei dipendenti.


Il meccanismo messo in piedi dalla cooperativa è stato scoperto durante una verifica fiscale. Il legale rappresentante dell’azienda e 22 dipendenti sono stati denunciati per i reati di truffa aggravata nei confronti dello Stato e di enti pubblici, e per tentata truffa aggravata in relazione ai contributi liquidati ma non ancora erogati. 
Rischiano una condanna fino a sei anni di reclusione.

venerdì 10 dicembre 2010

Arricchirsi con i buoni sentimenti... degli altri

di William La Ferla
Fonte prodigio.it


Svelato da un libro il volto nascosto, e poco opportuno, della beneficenza fatta da volti noti e meno noti


È Natale: ci sentiamo tutti più buoni, siamo pervasi da una specie di “volemose ben universale” che, oltre a farci pensare a regali ed abbuffate sotto l’albero, ci spinge ad essere più sensibili verso gli altri, a prodigare la nostra solidarietà per qualcuna delle tante cause benefiche proposteci dalle più svariate associazioni, magari con tanto di spot pubblicitari e testimonial di gran fama.


Attenti però!! Non è tutto altruismo quel che luccica: imbroglioni, truffatori, approfittatori, simulatori ecc... sanno del periodo favorevole e si preparano ad approfittarne.
La copertina del libro "Attenti ai buoni" 
Non solo a Natale ben s’intende! Dovunque ed in mille e mille occasioni si raccolgono fondi per le più svariate cause: partite del cuore (leggi articolo sul numero precedente), concerti di solidarietà, dischi della bontà, trasmissioni televisive, marce, lotterie, feste vip a base di caviale e champagne con flash per i rotocalchi, vestiti usati, alimenti...


Basta che la “causa” suoni bene tipo “fondi per curare l’AIDS in Africa, per scavare pozzi in Bolivia, per equipaggiare di una nuova macchina ipertecnologica un ospedale ecc.. “ e nessuno si tira indietro: i soldi arrivano sempre, anche tanti!


Ma, finita la festa, dove finiscono? A chi vanno davvero? Per ogni dieci Euro donati, quanti realmente arrivano ai destinatari in nome dei quali erano stati raccolti?


Ci ha pensato Mario Giordano a metterci in guardia al riguardo con un libro di successo: Attenti ai buoni, un viaggio rivelazione in uno dei maggiori business del nostro tempo, la solidarietà e la carità. Cifre e nomi alla mano, ci accompagna dietro le quinte di quel che si può ben definire il business “carità & solidarietà”. Ci svela trucchi, truffe e bugie furbescamente dissimulate dietro la parola solidarietà, dai grandi eventi alla piccola elemosina di strada, dalle istituzioni più illustri alle tante sconosciute associazioni che nascono dal nulla e nel nulla (coi soldi) svaniscono.
Stupisce la presenza di tanti nomi celebri: Pavarotti, ad esempio, alleggerisce l’incasso di un concerto di beneficenza di 7 mila Euro per l’acquisto di un orologio e di altri sette per un vestito Armani; Sofia Loren, premiata dal capo dello Stato per il suo grande impegno a favore della lotta contro il cancro, viene invitata da Mara Venier a testimoniarlo anche nella sua trasmissione. L’attrice accetta entusiasta... le bastano trecento milioni di gettone di presenza. È citato anche Alessandro Del Piero della cui abilità di palleggio con i soldi abbiamo parlato nel numero precedente. Non solo grandi nomi però! Ci sono anche i piccoli truffatori di periferia: un rappresentante di Diano Marina, auto dichiaratosi volontario, distribuiva cassette delle elemosine da collocare sui banconi dei negozi. Diceva a tutti che erano di un istituto benefico ma in realtà l’unico a farsi su le maniche era lui!!
“Attenti ai buoni” dunque e sempre?? No, certamente no! Giordano ce lo ricorda in modo chiaro: Tutte le volte che in questi anni e soprattutto in questi mesi ho sentito parlare di partite del cuore, concerti di solidarietà, megaeventi per l’Africa, Pavarotti & Friends, l’asta per le mutande di Madonna, cocktail, lustrini, paillettes di lusso esibito “a fin di bene però..”, Onu, Unicef e Fao, la beneficenza come marketing, il prossimo usato come categoria del business, affari e buoni sentimenti, lacrime e i soldi, spot a buon mercato sulla pelle dei poveri, mi sono venuti in mente quelli (e sono la maggioranza) che il bene lo fanno davvero. Nessuno deve più permettersi di infangare in questo modo la loro quotidiana e silenziosa generosità. Continuate ad aiutarli.

lunedì 25 ottobre 2010

La nuova beneficenza dei capitalisti

di Slavoj Žižek
Fonte: Internazionale
Traduzione di Giuseppina Cavallo.



Perché la beneficenza è diventata un elemento strutturale della nostra economia e non è più solo la caratteristica di qualche brava persona? Nel capitalismo di oggi la tendenza è di mescolare profitto e beneficenza. Così quando comprate qualcosa, nella spesa è già incluso il vostro impegno per il bene degli altri, dell’ambiente e così via.


Se pensate che stia esagerando, entrate in un qualunque caffè della catena Starbucks e vedrete. Cito la loro campagna: “Non è solo cosa comprate, ma cosa scegliete”. Lo spiegano così: “Quando comprate Starbucks (…) state scegliendo qualcosa di più di una tazza di caffè. State promuovendo un’etica del caffè. Grazie al programma Starbucks ‘Shared Planet’, compriamo più caffè del commercio equo e solidale di qualunque altra azienda al mondo, garantendo agli agricoltori un prezzo equo per il loro duro lavoro. E investiamo nei metodi dei coltivatori di caffè migliorando la vita delle loro comunità in tutto il mondo. È un buon karma per il caffè”. È quello che chiamo “capitalismo culturale” allo stato puro. Non state solo comprando un caffè, state comprando la vostra redenzione dall’essere semplici consumisti. State facendo qualcosa per l’ambiente, qualcosa per salvare i bambini che hanno fame in Guatemala e qualcosa per ricostruire il senso di comunità.


Scelte difficili
Potrei fare molti esempi, ma la sostanza non cambia: mentre fate delle scelte consumiste, allo stesso tempo spendete i vostri soldi per fare del “bene”. Tutto questo genera una sorta di… come potrei definirlo? Un sovrainvestimento o sovraccarico semantico. Sapete che non è in gioco solo l’acquisto di una tazza di caffè: è in gioco il rispetto di tutta una serie di responsabilità etiche. Questa logica oggi è quasi universalizzata.


Perciò si crea un corto circuito molto interessante: un gesto di consumo egoista comprende il prezzo del suo contrario. Davanti a questo fenomeno, credo che dovremmo tornare al buon vecchio Oscar Wilde, che ci ha fornito l’argomentazione migliore contro la logica della beneficenza. In L’anima dell’uomo sotto il socialismo, lo scrittore sottolinea che “è molto più facile solidarizzare con la sofferenza che con il pensiero”: “Le persone scoprono di essere circondate da una spaventosa povertà, da una spaventosa bruttezza, da una spaventosa fame. È inevitabile che tutto ciò le commuova. Di conseguenza, con intenzioni ammirevoli ma male indirizzate, con la massima serietà e molto sentimentalismo, si impegnano nel compito di rimediare ai mali che vedono. Ma i loro rimedi non curano la malattia, non fanno che prolungarla.


Di fatto, i loro rimedi sono parte della malattia. Cercano di risolvere il problema della povertà, per esempio, tenendo in vita i poveri o, nel caso di una scuola molto avanzata, divertendoli. Ma questa non è una soluzione, è un aggravamento del problema. L’obiettivo giusto è cercare di ricostruire la società su basi che rendano impossibile la povertà. E le virtù altruistiche hanno di fatto impedito il raggiungimento di questo obiettivo. […] I peggiori schiavisti erano quelli che si comportavano gentilmente con i loro schiavi, e così impedivano che l’orrore del sistema fosse compreso da coloro che soffrivano per sua colpa e da coloro che lo osservavano. […] La beneficenza degrada e demoralizza. È immorale usare la proprietà privata per alleviare i mali orribili causati dall’istituzione della proprietà privata”.


Rischio ipocrisia
Penso che queste parole siano più attuali che mai. Per quanto possa apparire positivo, il salario garantito – questa specie di patto con i ricchi – non è una soluzione. A mio giudizio esiste un altro problema. Ho l’impressione che questo sia l’ultimo, disperato tentativo di mettere il capitalismo al servizio del socialismo: non cancelliamo il male, lasciamo che sia il male stesso a lavorare per il bene. Trenta o quarant’anni fa, sognavamo il socialismo dal volto umano. Oggi, invece, l’orizzonte più lontano, più radicale, della nostra immaginazione è il capitalismo globale dal volto umano. Le regole del gioco restano le stesse, però lo rendiamo un po’ più umano, più tollerante, con un po’ di welfare in più.


Diamo al diavolo quel che è del diavolo e diciamolo chiaramente: almeno negli ultimi decenni, e almeno in Europa occidentale, in nessun altro momento della storia umana una percentuale così alta di popolazione ha goduto di tanta relativa libertà, ricchezza, sicurezza eccetera. Ora queste conquiste sono gradualmente rimesse in discussione. Voglio solo dire che l’unico modo per salvare gli acclamati valori del liberalismo è fare qualcosa di più. Non sono contrario alla beneficenza in astratto. È meglio di niente. Però dobbiamo essere consapevoli che contiene un elemento di ipocrisia. È ovvio che dobbiamo aiutare i bambini. È terribile vedere che la vita di un bambino può essere distrutta perché i genitori non possono pagare un’operazione che costa 20 dollari. Ma come avrebbe detto Oscar Wilde, a lungo andare, se ci limitiamo a curare i bambini loro vivranno un po’ meglio però si ritroveranno sempre nella stessa situazione.

giovedì 21 ottobre 2010

Attenzione alle truffe ONG

di Ramnath
Fonte: tankesmedjaonline

India è un paese culturalmente diversificata, con una serie di differenze che a sua volta cedere il passo ad un numero altrettanto variegata dei problemi e dei mali sociali. Anche se il governo è diventato più attivo giorno per giorno l'introduzione di programmi per la lotta contro questi mali sociali ancora alla portata di governo nella maggior parte dei casi non riescono a essere un tutto uno pervade. Anzi, talvolta diventa difficile per il governo a raggiungere il livello di base, dove i problemi come il lavoro minorile, maltrattamenti di anziani e oppressioni sulle donne sono più dilagante. Così, è venuto in alcune ONG con un gusto per servire la società e contribuire ad una nobile causa. Questo è senza dubbio il sentimento alla base della formazione delle ONG indiane che lavorano negli interni del paese.


Tuttavia, la parte più triste di tutta la faccenda è il fatto che ogni cosa che esiste ha alcuni vantaggi e svantaggi di loro. E lo stesso avviene con le ONG in India. Con il passare del tempo, insieme con le ONG vero, non ci arrivò così come alcuni fraudolenta, nonché, il cui unico interesse è quello di fare soldi in mimetica del nobile lavoro in qualunque modo possibile. Sappiamo tutti che ogni organizzazione ha bisogno di soldi per il suo efficace funzionamento. E così queste carte d'argento ha dato alla luce un sacco di attività fraudolente tra le ONG. Senza dubbio ci sono molte persone che vorrebbero contribuire in qualche modo per qualche nobile causa, ma la domanda che si pone è il modo in cui stabilire una ONG che è autentico. Con così tante organizzazioni non governative fraudolenta stati esposti fino a data uno deve essere a conoscenza della genuinità della organizzazione prima di immergersi in essa di aderire. Ci sono le ONG non possono in Meerut che stanno facendo un buon lavoro reale per la causa delle donne e dei bambini indigenti. Eppure si dovrebbe intraprendere un certo livello di base delle indagini prima di mettere nel loro cuore e l'anima sulle attività di una ONG. Non è solo che abbiamo bisogno solo di essere a conoscenza delle ONG fraudolenta e restare lontano da loro, ma anche che abbiamo bisogno di esporli in modo che altre persone come noi prendere coscienza di loro. Tali attività fraudolenta può essere trattenuto da più e più autentica partecipazione attiva di persone provenienti da tutti i ceti sociali. Ciò significa non solo la causa, ma dobbiamo anche aiutare nella lotta contro la frode Trust in India da segnalazione contro di loro .

sabato 9 ottobre 2010

Pakistan: falsa ONG sfrutta le sofferenze dei cristiani

Fonte Radio Vaticana


False Ong raccolgono fondi, sfruttando le sofferenze dei profughi cristiani e diffondendo false informazioni: è quanto l’Agenzia Fides apprende da fonti cattoliche nella società civile pakistana, che segnalano con preoccupazione un caso di “autentico sciacallaggio sulle sofferenza dei cristiani”. L’Organizzazione non governativa “Protect Foundation Pakistan”, con sede a Lahore, da oltre un mese diffondeva appelli e materiale fotografico millantando assistenza ai profughi cristiani vittime delle alluvioni. “I cristiani sono malmenati, sono lasciati morire senza aiuti. Siamo i soli ad assisterli. Aiutateci a fornire loro assistenza medica e solidarietà”, recitavano i loro appelli. Tutti basati su false informazioni, che intendevano solo approfittare del momento per accaparrarsi fondi. In poco più di un mese, Nadeem Inayat, presidente, e Basharat Masih, vice presidente della Ong, hanno visto arrivare sul loro conto corrente bancario oltre 25mila dollari da donatori esteri in Europa e America, ingannati dalla propaganda. Ma l’opera dei due faccendieri non è sfuggita ad alcune Ong locali, realmente operanti sul campo, che hanno segnalato il caso alle autorità. La polizia ha avviato una indagine, il traffico è stato scoperto e bloccato, i due sono stati arrestati e “Protect Foundation Pakistan” è stata dichiarata illegale e bandita dal paese.“La solidarietà continua a essere fondamentale per la nazione. Ma occorre sempre affidarsi a Ong e istituzioni di acclarata credibilità, trasparenza ed esperienza. Vi sono alcuni opportunisti che si insinuano nel nostro mondo”, commenta a Fides Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione “Giustizia e Pace” della Conferenza Episcopale. “La nostra Commissione sta aiutando 1.800 famiglie in diverse province, offrendo medicine e aiuti umanitari. Fra le istituzioni più note e credibili vi sono la Caritas, legata al Chiesa cattolica del Pakistan, e l’Ong Church World Service, riferimento per il mondo cristiano protestante”, consiglia Jacob.Un allarme viene anche da false notizie circolanti a proposito delle persecuzioni sui cristiani in Pakistan. Esistono infatti agenzie di informazione, con sede negli Stati Uniti, parte della galassia protestante-evangelica, alla continua ricerca di casi di violenza anticristiana. Tali agenzie incoraggiano e assoldano in Pakistan “reporter freelance”, determinati a cercare queste storie, a volte gonfiandole o inventandole di sana pianta. “Così accade che le notizie sulle persecuzioni vengono distorte. Questo nuoce prima di tutto agli stessi cristiani in Pakistan”, nota Jacob. E’ recente il caso di una famiglia cristiana di Haripur (a nord di Islamabad) che, secondo rapporti circolanti, sarebbe stata sterminata da estremisti islamici perché il capofamiglia, Edwin Paul, era una avvocato che difendeva i cristiani accusati di blasfemia. Fonti locali di Fides raccontano, invece, che l’intera famiglia è rimasta vittima di un tragico incidente d’auto. Anche rapporti su recenti attacchi anticristiani nella città di Gujrat (a nord di Lahore), notano fonti di Fides, si sono rivelati inattendibili, ricopiati da episodi avvenuti oltre un anno fa.

giovedì 7 ottobre 2010

Rockefeller di Genova. Storia di Gaslini

di Lia Fubini
Fonte: www.sbilanciamoci.info


Imprenditore spregiudicato, filantropo generoso. In una biografia di Gerolamo Gaslini, una illuminante storia italiana. Con giallo finale
La storia di Gerolamo Gaslini, della sua attività di imprenditore accorto e spregiudicato, filantropo ed evasore fiscale, solleva questioni quanto mai attuali sul rapporto fra mondo degli affari, etica, e politica. La sua biografia, "Rockefeller d'Italia. Gerolamo Gaslini imprenditore e filantropo", di Paride Rugafiori (edita da Donzelli), narra della vita dell’industriale genovese, delle vicende delle sue imprese e dell’ospedale da lui fondato, dei suoi legami con il mondo politico ed ecclesiastico, attraverso una ricostruzione storica attenta e rigorosa, che pure appare scorrevole e appassionante come un romanzo.
C’è un giallo nella vicenda di questa biografia. Il libro si apre con un’avvertenza in cui si spiega che la stesura del libro è stata ultimata nell’estate 2006, dopo un’impegnativa ricerca affidata all’autore dalla Fondazione Gerolamo Gaslini di Genova. La Fondazione decide di non promuoverne la pubblicazione, pur non muovendo alcun rilievo al lavoro dello storico e senza giustificare tale decisione. Il libro esce così tre anni dopo per autonoma iniziativa dell’autore e dell’editore. Va notato che al momento della consegna del lavoro i vertici della Curia e della Fondazione, che alla Curia appartiene, è mutato. Cardinale di Genova è Bagnasco, che succede a Bertone e a Tettamanzi. Non sappiamo altro; è noto tuttavia che la posizione di Bagnasco e Bertone sono assai più conservatrici di quella del predecessore. Certo è che il libro di Rugafiori rimane in un cassetto e l’intenzione dei vertici della Fondazione è evidentemente quella di nascondere al pubblico questa vicenda davvero interessante e accuratamente documentata. Perché il committente non ha voluto pubblicarlo? In assenza di chiarimenti possiamo solo fare delle ipotesi. Forse perché la figura di Gaslini non ne esce del tutto limpida? Dalla biografia in questione apprendiamo che Gerolamo Gaslini, abile imprenditore e filantropo, fondatore e finanziatore del più importante ospedale pediatrico d’Italia, è un grande evasore che tiene accuratamente la contabilità nera, è uno speculatore sui cambi e sui prezzi delle materie prime, un industriale che si guadagna la benevolenza e i favori dei politici e della chiesa attraverso “donazioni” e tangenti, un personaggio che abilmente si lega in politica al carro del vincitore. Luci ed ombre dunque, che non permettono di far emergere il ritratto di un personaggio “senza peccato” che forse avrebbero preferito i nuovi vertici della Curia e della Fondazione e che apre interrogativi anche sui comportamenti della Chiesa. Chissà, forse esisteva il timore che si aprisse il dibattito su un passato non del tutto limpido e che il discorso scivolasse sulle analogie col presente. Ma queste sono illazioni; l’autore non ce ne parla.

Sarebbe stato un vero peccato se questa biografia non fosse stata resa pubblica.

La figura di Gaslini imprenditore era stata finora ignorata dalla storiografia e la sue vicende per lo più erano sconosciute al pubblico, quasi fosse stato come un imprenditore di scarso rilievo. Scopriamo invece che si trattava del fondatore di un gruppo conglomerale decisamente importante nel panorama economico italiano dagli anni trenta ai sessanta del secolo scorso. La sua impresa, avviata col fratello nel 1907 con un modesto capitale iniziale e “avente per oggetto l’esercizio del commercio e della rappresentanza di olii” cresce rapidamente, passa all’attività produttiva e inizia un processo di diversificazione. Negli anni trenta Gerolamo Gaslini guida un vasto gruppo che include imprese alimentari, chimiche, agricole, immobiliari, e perfino una banca di medie dimensioni, si destreggia abilmente nel commercio estero e nella speculazione sulle materie prime anche in un momento in cui il protezionismo è di ostacolo agli scambi internazionali. Per sviluppare la sua attività tesse una rete di relazioni politiche, si guadagna i favori di Mussolini e finanzia le iniziative sociali del fascismo, tant’è che diventa senatore del Regno. Ma quando vede delinearsi la caduta del regime cambia rapidamente bandiera. Dopo la guerra si lega a De Gasperi e al Cardinale Siri.

Gaslini riesce con abilità a creare un mercato quasi monopolistico degli oli vegetali attraverso processi di integrazione, accordi e fusioni. Il suo gruppo entra in crisi alla metà degli anni cinquanta per l’intrecciarsi di varie cause legate in larga misura al mutamento del quadro economico del dopoguerra, quali l’incapacità di adeguarsi all’apertura dei mercati internazionali e di utilizzare le nuove strategie di marketing e pubblicità che si affacciano nell’Italia del dopoguerra. Probabilmente ha giocato un ruolo importante l’età avanzata di Gaslini che, dopo aver mantenuto per decenni sotto il suo controllo le molteplici attività del gruppo, non ha saputo circondarsi di un management competente e assicurarsi una successione.

Personaggio meticoloso, Gaslini tiene accuratamente la contabilità reale in parallelo a quella ufficiale. Grazie alla documentazione raccolta da Rugafiori e presentata nell’appendice del libro ci troviamo di fronte uno dei casi rarissimi in cui è possibile confrontare per un lungo periodo la differenza fra gli utili ufficiali e utili effettivi ed evidenziare così le pratiche di manipolazione dei bilanci. Scopriamo così che dal 1929 al 1942 gli utili dichiarati sono circa il 7% di quelli effettivi, che negli anni trenta l’indice di redditività del patrimonio reale si attesta su valori fra 9 e 10 volte quelli ufficiali. Si tratta quindi di una frode colossale ai danni del fisco.

Gaslini spende una cifra ben inferiore agli enormi utili non dichiarati per l’ospedale infantile di Genova da lui fondato e intitolato alla figlia Giannina morta undicenne. Questo dato sembra ridimensionare la figura di Gaslini filantropo. Ma nel 1949, costituisce la Fondazione Gaslini, un ente di diritto pubblico a cui cede l’intero suo patrimonio. Si tratta di una fondazione holding gestita in modo innovativo, che sostiene l’attività non profit dell’Istituto Giannina Gaslini a tutela della salute infantile, che usa i profitti delle imprese Gaslini per svolgere le sue attività. Anche la gestione dell’ospedale pediatrico sembra essere per Gaslini una nuova sfida imprenditoriale. Ma il suo gesto non chiede contropartite neppure indirette, come spesso appaiono le azioni imprenditoriali paternalistiche che comportano forme di controllo aziendale e sociale volte a evitare situazioni di conflitto. È invece un comportamento puramente altruistico orientato a offrire senza discriminazioni il diritto a un’assistenza sanitaria che non era prevista a quel tempo in Italia.

Si evidenzia così un’apparente contraddizione fra la figura dell’industriale e quella del filantropo.

La figura di Gaslini industriale appare rappresentativa di una classe imprenditoriale italiana del secolo scorso che si è fatta da sé in modo spregiudicato con mezzi leciti e illeciti, che non esita a pagare tangenti e a frodare il fisco, che cresce all’ombra di importanti protezioni politiche.

Viceversa la figura di Gaslini filantropo è del tutto anomala, non cerca riconoscimenti e non ha ricadute positive sulla sua attività di imprenditore, il suo altruismo è autentico. La sua decisione di cedere ancora in vita tutto il suo patrimonio è ancora più radicale di quella di Rockefeller che alla sua fondazione benefica destinò solo parte dei suoi averi.
Paride Rugafiori, "Rockefeller d'Italia. Gerolamo Gaslini imprenditore e filantropo", Donzelli, 2009