lunedì 19 settembre 2011

Crisi economica, etica del lavoro e sfruttamento del volontariato

di Mario Nejrotti
Fonte. Torinomedica.com



La situazione socio economica del nostro Paese sta mutando insieme a quella del Pianeta.Nulla sembra più sicuro e prevedibile.
Le variabili si sono scatenate nel loro capriccioso fluire, spinte da interessi e situazioni diverse e spesso insanabilmente contrastanti.


Il bisogno di benessere e la ricerca della felicità nel mondo occidentale hanno raggiunto, incalzati dal mercato, livelli di guardia.
Il consumo sfrenato di beni, che mantiene questo modello economico in piedi, ha cominciato a dilagare nel mondo povero alla ricerca di nuovi mercati, provocando la crisi di tradizioni e modelli diversi di vita, che per secoli avevano mantenuto, se pur precari, equilibri sociali.


In questi ultimi anni è palese la crisi di un sistema che ha confuso per decenni crescita finanziaria con sviluppo economico e che si è disinteressato del mondo del lavoro vero, inteso come strumento concreto e misurabile, capace di produrre beni e servizi per la soddisfazione equilibrata dei bisogni di tutta la popolazione.
La nostra economia occidentale è in crisi e, se il modello attuale non troverà una soluzione alternativa, la povertà, che ora incomincia ad affacciarsi nel nostro quotidiano, sarà una realtà devastante e destabilizzante.
L’Italia sta mutando pelle e, da “Paese di Bengodi”, visto attraverso l’occhio degli spot televisivi e miraggio per masse disperate di povera gente di altre latitudini, sta diventando una nazione povera, che industriale non può più tornare ad essere e che difficilmente ritroverà la strada di una economia contadina che, se pur modernizzata, soddisfi il bisogno crescente di occupazione alternativa. Un Paese che per altro sta continuando inesorabilmente a sperperare e distruggere le sue uniche risorse: la meravigliosa natura e il patrimonio artistico-culturale.
In questa sfrenata corsa al benessere i lavoratori, produttori di beni e servizi appunto, stanno progressivamente perdendo, spinti dalla necessità e dalla cultura imperante, la componente etica e di servizio insita nel lavoro.
Tale componente non deve essere intesa esclusivamente come attività altruistica e disinteressata, elemento fondamentale, ma non unico.
Occorre riflettere anche sull’orgoglio del lavoratore a svolgere bene il proprio lavoro, per il valore intrinseco che esso ha e per la soddisfazione che il buon risultato genera in lui.
La diffusa insoddisfazione economica e normativa nel mondo del lavoro e il coinvolgimento anche dei settori più specializzati e dirigenziali in questo ridimensionamento, ha fatto sì che sempre meno la qualità e l’etica del lavoro abbiano importanza.
Sulla dequalificazione progressiva, fatte salve le eccezioni, sicuramente sempre presenti in ogni fenomeno generale, stanno lucrando i sistemi di potere pubblici e privati.
“Il lavoro costa troppo e non è competitivo, i lavoratori sono scansafatiche, aspettano solo lo stipendio, il pubblico non è contento dei prodotti e servizi : quindi pagare sempre meno e aumentare il carico di lavoro è l’unico sistema per salvare l’economia nazionale.”
Nel settore sanitario, socio assistenziale e culturale, da sempre terreno di “incursione” del potere per effettuare tagli facili e vantaggiosi per le mal gestite casse dello Stato, l’idea che chi lavora non ci mette abbastanza “cuore” è ormai convinzione radicata e mantra ossessivo per i media.
I lavoratori medici, infermieri, operatori socio assistenziali, veterinari, insegnanti, operatori di ogni settore culturale sono mestieranti, che non danno soddisfazione agli utenti e rubano lo stipendio.
E allora succede che un fenomeno sociale di per sé buono e degno del massimo rispetto viene a trovarsi in inconsapevole sinergia con questa ipocrita strategia politica: il volontariato.
I volontari proprio in campo sociale, assistenziale, sanitario e culturale vanno a riempire, meritevolmente, ma pericolosamente, quel vuoto di investimenti che fanno di questi settori un capitolo forte delle economie sane e lungimiranti.
I volontari sono virtuosi, si occupano della persona, sono disinteressati, sono molto motivati e soprattutto, non chiedono denaro per quello che fanno, perché i soldi per vivere arrivano loro da un’altra parte.
E così essi occupano, a basso costo, ogni anfratto occupazionale che il sistema trascura, non comprende, snobba o solamente reputa non produttivo.
Ecco allora che una nazione povera, con una fame insaziabile di posti di lavoro si affida sempre di più al volontariato, che ormai spazia in settori che superano anche i confini sopra citati.
Un paese in grave crisi con una disoccupazione giovanile impressionante, che genera uno spreco insanabile di potenzialità intellettuali e operative di una intera generazione, affida attività delicatissime a brave persone che piano, piano si convincono di essere le sole adatte a far funzionare un sistema che invece subdolamente e furbescamente le sfrutta.
Questa situazione poteva essere tollerata in una economia solida e ricca, che dava lavoro a tutti, ma in una nazione come la nostra ogni possibile forma di occupazione deve essere utilizzata e affidata ai tecnici di quel settore.
Professionisti da cui la società naturalmente deve pretendere motivazione, partecipazione e umanità, ma che deve essere pronta a gratificare, premiando il merito e investendo nei settori chiave, che sempre necessitano di sostegno, per non divenire terreno della sola buona volontà dei singoli, della carità pubblica o peggio dominio della più spregiudicata imprenditoria privata, che fa della possibilità di guadagno l’unico metro della qualità professionale e della scelta della clientela.
Professionisti motivati e capaci e un volontariato consapevole della situazione socio economica, che lavora insieme e non al posto dei tecnici, sono l’unica soluzione utile in questo momento storico.
Per dare un primo segnale di una nuova alleanza tra professioni e volontariato, la speranza è che a Roma il 13 ottobre, in occasione della grande manifestazione di tutte le sigle sindacali dei medici italiani, siano presenti per solidarietà le associazioni di volontariato dei malati e dei cittadini, per far comprendere che, non tagliando i finanziamenti, ma curando la qualità dei servizi si evitano gli sprechi e si migliora l’offerta.
Su questo stesso argomento si legga anche l’articolo “La solitudine dei numeri secondi”, di Franco Bomprezzi, diretto responsabile di “Superando.it”. (Vedi il link: http://www.superando.it/content/view/7852/112/” http://www.superando.it/content/view/7852/112/)

mercoledì 7 settembre 2011

Aiuti alimentari rubati alle vittime della carestia

di Shafi’i Mohyaddin Abokar 
fonte ipsnotizie.it


MOGADISCIO, 6 settembre 2011 (IPS) - Un'indagine ha rivelato che una grande quantità di cibo destinato alle vittime della carestia in Somalia è stato rubato. 



"Ci sono molti casi di corruzione nel giro degli aiuti umanitari, ed è per questo che sto chiedendo l'istituzione di un gruppo speciale di controllo - che includa i somali e gli stessi stranieri", ha detto a IPS il parlamentare somalo Prof. Ali Mahmoud Nur. 


Il governo somalo promette di licenziare tutti i 16 commissari distrettuali coinvolti e accusati del furto degli aiuti alimentari, e di creare una forza speciale di polizia con il compito di garantire la sicurezza durante la distribuzione degli aiuti alimentari. 


Queste misure sono state annunciate quando si è diffusa la notizia di scontri e uccisioni durante la distribuzione del cibo alle vittime della carestia nei campi profughi. Ma potrebbe non essere sufficiente per prevenire i furti ed è stato chiesto al governo di istituire un' unità di prevenzione che assicuri una corretta distribuzione.


Ogni giorno tonnellate di aiuti alimentari arrivano a Mogadiscio da tutto il mondo per le vittime della carestia. 


Almeno cinque voli cargo dalla Turchia e dal Kuwait arrivano ogni giorno, così anche da Gibuti, Sudan e Iran. Mercy USA, Diakonie Emergency Aid Bread for the World - Germania e Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati sono tra le agenzie che distribuiscono aiuti nella capitale. 


Nur sostiene che il furto degli aiuti alimentari è talmente diffuso che è necessario istituire un gruppo speciale di controllo delle riserve. Cittadino statunitense con origini somale, Nur ha stretti legami con il capo del Parlamento del Paese Sharif Hassan Sheikh Aden e con il presidente Sheik Sharif Sheik Ahmed e ha esaminato lui stesso i rapporti sull’appropriazione indebita di aiuti umanitari.


Oltre 100mila persone sono fuggite dalla siccità e dalla carestia dalla Somalia meridionale verso la capitale del Paese in cerca di cibo e di aiuti negli ultimi mesi. Molti hanno camminato a piedi per settimane, senza cibo né acqua, e hanno perso i propri cari e i figli troppo deboli e malnutriti per sopravvivere al difficile viaggio. Le Nazioni Unite hanno stimato che il numero totale di sfollati interni a Mogadiscio è attualmente di circa 470mila.


Ma la loro speranza di trovare aiuto nella capitale è diminuita dopo che i funzionari sono stati coinvolti nel furto di aiuti alimentari. "E' molto chiaro che alcuni funzionari guadagnano illecitamente sui prodotti alimentari ricevuti - sto chiedendo loro di fermare questo pessimo comportamento dannoso anche per la loro stessa dignità", ha detto Nur.


In occasione della pacifica manifestazione a Mogadiscio del 23 agosto, il primo ministro somalo Abdi Weli Mohamed Ali e il governatore della regione, Mahmoud Ahmed Nur, hanno ammesso che gli aiuti alimentari erano stati rubati in alcune zone della capitale e hanno promesso di affrontare la questione. 


Un funzionario del governo, che ha chiesto l'anonimato, ha detto che il governo ha intenzione di licenziare tutti i 16 commissari distrettuali di Mogadiscio. 


I commissari distrettuali sono stati accusati di numerosi reati, tra cui quello di collusione con i responsabili dei campi profughi per il furto di cibo. Tuttavia, nessuno è stato ancora ufficialmente accusato. 


A Mogadiscio i commissari distrettuali sono ex membri influenti dei clan sono stati nominati dal governo per le vicinanza ai clan locali. 


Hanno le loro leggi. Il 3 settembre nel distretto di Bulohubey, a Mogadiscio, le milizie del commissario distrettuale Ahmed Adow Anshur (meglio conosciuto come Ahmed Daai) si sono scontrate con i soldati del Governo Federale di Transizione. Tre militari sono stati uccisi. Alcune fonti sostengono che è altamente improbabile che il Governo di Transizione del Paese sia in grado di cacciare i commissari distrettuali, alcuni dei quali sono "potenti signori della guerra". 


Ma Abdullahi Mohamed Shirwa, che dirige l'Agenzia governativa somala per la Gestione dei Disastri (DMA), con il compito di coordinare gli aiuti a Mogadiscio, ritiene che gli aiuti alimentari siano gestiti correttamente.


La maggior parte delle agenzie umanitarie internazionali distribuisce gli aiuti per conto proprio, mentre la DMA gestisce il cibo donato da vari governi internazionali. 


"Ci sono state alcune tonnellate di aiuti alimentari provenienti dal Kuwait che sono state consegnate ai rifugiati tramite la mia agenzia - posso confermarvi che abbiamo gestito bene e che sono finite nelle mani delle persone realmente bisognose", ha detto. E ha aggiunto che gli aiuti alimentari che arrivano in Somalia soddisfano soltanto il 10 per cento circa del fabbisogno del Paese. 


Ma ha ammesso che sono stati fatti degli errori in alcuni campi per rifugiati a Mogadiscio. 


Il 22 agosto tre vittime della carestia sono state uccise in un campo sfollati nel distretto di Waberi a Mogadiscio, mentre altre quattro sono rimaste ferite dalle forze governative che hanno aperto il fuoco durante la distribuzione degli aiuti alimentari. Waberi è il primo porto di scalo a Mogadiscio per i rifugiati fuggiti dalle loro case nel sud colpito dalla siccità. Ma non è il primo caso di rivolta per il cibo. Il 5 agosto dieci persone sono state uccise durante una sommossa nel campo di Badbaado - il più grande campo per i rifugiati della città. 


Shirwa ha ammesso che ci sono state segnalazioni di furti e saccheggi di aiuti alimentari in alcuni campi a Mogadiscio, ma crede che circa il 95 per cento della distribuzione dei cibi sia stato ben gestito. 


I problemi saranno risolti non appena il governo somalo istituirà una speciale forza di Sicurezza che si occuperà di rafforzare il controllo sugli aiuti alimentari nei campi, ha detto Shirwa. 


Le nuove forze di Sicurezza saranno operative il più presto possibile, ma ancora non è stata fissata una data. Lavoreranno giorno e notte nei controlli di routine attorno ai campi profughi e nelle strade della capitale per assicurare il corretto svolgimento delle operazioni umanitarie. 


I soldati sono attualmente posizionati intorno ai centri di distribuzione dei cibi, ma alcune bande e forze di polizia sono state accusate di aver aggirato i controlli e di aver rubato aiuti alimentari. 


Amina Yusuf, madre di quattro figli che vive nel campo profughi nel distretto di Waberi, ha detto che il loro cibo viene sistematicamente rubato da uomini armati.


"Il furto di aiuti alimentari si verifica qui almeno due volte a settimana - non sappiamo cosa fare",ha detto Amina. Ma non è solo a Mogadiscio che il cibo non viene consegnato alle persone bisognose. Mahmoud Dahir Farah, responsabile dei soccorsi di Mogadiscio e di altre due regioni meridionali colpite dalla siccità, Bassa Shabelle e Medio Shabelle, ha detto che il suo ufficio aveva raccolto prove sulla cattiva gestione degli aiuti alimentari. Farah, che è stato nominato dal governo somalo per coordinare le operazioni di soccorso in queste regioni, ha detto che purtroppo le persone in difficoltà non stavano ricevendo gli aiuti alimentari come previsto. 


"Sto invitando i vertici somali ad affrontare questo problema, perché la distribuzione di aiuti alimentari è mal gestita a Mogadiscio e questo è un problema che deve essere risolto al più presto". 


Ha anche chiesto che i soldati responsabili della morte degli sfollati nel campo di Badbaado all'inizio di questo mese e nel quartiere di Waberi il 22 agosto siano processati.


L'ONU ha stimato che oltre 3,6 milioni di persone in Somalia hanno attualmente bisogno di assistenza umanitaria d’emergenza nella regione che si trova nel mezzo della più brutale siccità degli ultimi 60 anni.

lunedì 5 settembre 2011

Spagna. Usava una falsa ONG come copertura per i soldi


Fonte Madrid Press
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Agenti della Polizia Nazionale hanno arrestato una donna sospettata di almeno 18 reati di frode, più un numero imprecisato di crimini contro i diritti dei lavoratori, minacce e usurpazione di stato civile nel distretto di Puente de Vallecas, attraverso la copertura di una presunta organizzazione non governativa (ONG).
Come riportato dalla Questura di Madrid, l'indagine è iniziata lo scorso giugno, con l'arrivo alla stazione di Puente de Vallecas di diverse denunce simili contro il presunto truffatore, Yolanda FF 


Pare che sia stato pubblicizzato tramite volantini e pubblicità in vari giornali e siti web, offrendo corsi di estetica gratuiti, e una volta conquistato la fiducia delle vittime, abbia chiesto il pagamento di 60 euro per finanziare il corso e i materiali utilizzati. 


Aveva dichiarato  alle loro vittime che l'importo richiesto, oltre a coprire il corso, avrebbe dovuto aiutare i bambini malati. Altre volte, l'importo richiesto è stato di quantità molto maggiore, con le scuse più improbabili. 


A seguito di numerose lamentele da parte delle vittime sulla qualità e contenuto del corso, Yolanda FF rispose offrendo la possibilità di un lavoro come insegnanti, che avrebbe pagato con una retribuzione mensile tra 800 e 1.600 euro per lavorare due giorni alla settimana, ma che avrebbero dovuto pagare un deposito tra 300 e 600 euro. 


Diverse le giovani donne sono andate quindi a lavorare per mesi senza ricevere alcuno stipendio, previdenza sociale.


Dopo molti sforzi, gli investigatori hanno scoperto che i corsi attualmente chiusi si sono tenuti presso un distretto di Madrid Puente de Vallecas, ma era abitualmente residente nella città di Aranjuez. Ai primi di luglio gli agenti l'hanno arrestata e messa a disposizione dell'autorità giudiziaria. 


La ricerca è stata effettuata dal Gruppo di Polizia Giudiziaria di Ponte di Vallecas, con l'aiuto degli agenti di polizia di Aranjuez, entrambi appartenenti alla Questura di Madrid.

lunedì 25 luglio 2011

Quando la solidarietà diventa business: il caso Sisifo

Fonte: Mediterranews.org



Il Tribunale di Patti, (ME)  ha formulato una grave accusa “truffa aggravata e continuata” nei confronti di  Cono Galipò, rappresentante  legale del Consorzio di Cooperative Sociali “Sisifo”. La cooperativa, ricordiamo, tra il 2008 ed il 2010 ha  gestito il  Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Sant’Angelo di Brolo. Per il  Galipò,è stato chiesto il rinvio a giudizio, secondo quanto si legge su Left, la Procuratrice Rosa Raffa avrebbe firmato un dispositivo in cui si stabilisce che  ”il rappresentante del consorzio  si è procurato, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso”, l’imputato si sarebbe appropriato  ”di 40 euro oltre Iva al giorno per ciascun cittadino comunitario, con pari danno della Prefettura di Messina e del Ministero dell’Interno”. L’inchiesta ha dimostrato che per attivare la truffa tutto era molto semplice,  infatti bastava cambiare i tempi di soggiorno a quanto è stato calcolato l'illegittima permanenza al centro di 248 richiedenti asilo provenienti da Africa, Medio oriente e sud-est asiatico sarebbe stata complessivamente di 11.707 giorni e, conti alla mano, avrebbe comportato l’”ingiusto” esborso di 468.280 euro (+ IVA) a favore del consorzio. Per alcuni dei rifugiati si sono toccati tempi record: 33 tra uomini e donne, sono stati trattenuti nel Cara di Sant’Angelo di Brolo per più di 100 giorni dalla concessione del permesso di soggiorno, con i casi estremi di Mahamuud A. (309 giorni), Semere A. (288), Abdullah A.M. (231).” Conti che sono enormi, miliardari, ma Galipò si è persino giustificato “i profughi hanno semplicemente aspettato di essere trasferiti da un centro a un altro”. LegacoopSicilia e LegacoopSociali ha espresso e ribadito in una nota scritta,  ”piena fiducia” nella magistratura che “certamente farà chiarezza confermando la correttezza della gestione del Centro da parte del Consorzio, in ogni ambito improntata a criteri di trasparenza, correttezza e professionalità, in special modo nell’assistenza agli immigrati che ha visto Cono Galipò agire con profondo amore e passione praticando i valori della solidarietà…”. Galipò, che è anche un  ex sindacalista Cgil vede al suo fianco  pure la Cisl siciliana convinta che il Cara di Sant’Angelo ha offerto “servizi eccellenti sia in termini efficienza sia in termini di qualità, registrando pure una integrazione sociale tra la popolazione residente e gli ospiti”.


La vicenda della struttura di Sant’Angelo di Brolo, è come al solito controversa infatti apprendiamo online che nel settembre 2008 il Ministro degli Interni aveva deciso  di utilizzare il piccolo centro sporadicamente a causa delle manifestazioni della popolazione, poi però tutto si era placato e tramutato anche perchè molto dei lavoratori erano proprio di Sant’Angelo, la convenzione dunque viene data al Consorzio Sisifo che da quel momento gestirà tutti gli interventi di accoglienza e quanto altro, ovviamente le lamentele degli ospiti non mancano. Il non luogo fa in fretta a mostrare le altre mille ed una faccia. Il centro viene chiuso e convertito in velocità in una residenza sanitaria assistenziale per anziani non autosufficienti e disabili e la gestione affidata alla cooperativa “Servizi sociali” di San Piero Patti, il cui rappresentante legale è Cono Galipò, mentre direttore generale è il figlio Carmelo, consigliere comunale di minoranza a Capo d’Orlando. Insomma il gioco della matrioska viene perpetrato. Intanto Galipò fa carriera, viene
nominato amministratore delegato di Lampedusa Accoglienza, la società a responsabilità limitata costituita insieme a BlueCoop (Consorzio Nazionale Servizi di Bologna) che dal giugno 2007 gestisce il Centro di soccorso e prima accoglienza (CSPA) di Lampedusa. Il capitale che gira intorno ai migranti anche qui è altissimo, seppure pare limitato, la spesa quotidiana è di  33,42 euro, 16 euro in meno della gestione precedente, sembra infatti che la Bluecoop con Lampedusa Accoglienza abbia praticato un ribasso  di oltre il 30% . Nuove polemiche per il Galipò, ma facili risposte come sempre, “Gestiamo tutto attraverso grandi centri d’acquisto che ci permettono economie di scala”,  ”Le carte telefoniche, ad esempio, le compriamo direttamente da Tim, hanno 5 euro di valore in telefonate, ma a noi costano meno. Usiamo poi contratti d’inserimento lavorativo e altre forme che permettono sgravi contributivi”. (left)Più risparmi e più precarietà delle figure professionali occupate.Ma non finisce qui, Sisifo continua ad espandersi ogni dove, infatti da agosto 2010 gestisce il centro semidetentivo di Elmas situato a qualche metro dalle piste dello scalo aereo Mameli. Sisifo poi ha anche partecipato alle gare per i Cie di  èCie di Torino e Ponte Galeria (Roma),  Cie-Cara di Gradisca d’Isonzo e del centro di prima accoglienza di Borgo Mezzanone (Foggia).

venerdì 15 luglio 2011

Un'argentina ed il suo partner condannati per aver chiesto soldi per una finta ONG.

Fonte Terra.com
Traduzione dallo spagnolo Google Traduzioni.
(Suggerisci una traduzione migliore)



Una cittadina Argentina e il suo partner, un uomo della regione spagnola di Valencia (est) sono stati condannati a 4 anni di carcere per aver frodato alcune persone, che hanno ricevuto 223.600 € (313.000 dollari) come membri di una ONG falsa.
Secondo la sentenza a cui Efe ha avuto accesso, tra i mesi di febbraio e marzo 2008 la moglie, Estela TS, approvata dal presidente di una ONG che ha permesso agli investitori di ottenere grandi profitti, mentre l'uomo, Manuel SM ", grazie alla loro tedesco" è stato presentato come intermediario per una banca svizzera.
L'ONG è stata falsa pro umanità mondiale di solidarietà (OMHS), che avrebbe lavorato in un progetto di mensa per i bisognosi.
Nello svolgimento di tale attività simulata, sia contattato diverse persone ad investire "ingenti somme" di denaro promettendo di cambiare un "enormi profitti" come risultato di grande interesse, che, dice il procuratore, non è stato possibile se si trattava di una organizzazione non-profit.
Con questa struttura, è riuscito a catturare la cifra menzionata da convincere quattro persone, tre di loro vivono a Minorca (Isole Baleari) e il quarto a Bilbao (Paesi Baschi).
I quattro colpiti ripetutamente viaggiato nella regione di Valencia per incontrare i due imputati nella città di Masamagrell o aveva affittato un ufficio nella città di Valencia, uno spazio di lusso, dice il comunicato, "abbagliati le vittime".
Gli imputati rimborsa i soldi alle vittime investito oltre agli interessi legali, e pagare una multa di dieci mesi con una quota giornaliera di € 12 (16,8 dollari) ei costi dell'azione penale

sabato 9 luglio 2011

Salomon. Appello alla vergogna senza limiti

di Fulvio Beltrami


Fonte: Reset Italia


Un mio amico, anche lui impegato nel mondo umanitario, mi ha inoltrato un’email che ha ricevuto dalla Organizzazione Umanitaria Inglese: MERLIN.
L’oggetto dell’email era un appello a donazioni per far fronte alla crisi alimentare mondiale a seguito di una campagna che Merlin ha lanciato nell’Occidente intitolata: “Global Food Crisis Appeal” (Appello alla crisi alimentre mondiale).
L’email era composto da una appassionata lettera e da una fotografia di un bambino africano malnutrito.
Nella lettera si informava che e’ in atto una crisi mondiale dell’alimentazione dove un miliardo (ciffra tonda) di persone sono affamate, avvertendo che la malnutrizione e’ il principale causa di morte al mondo.
La lettera continua descrivendo le condizioni del bambino africano tutto pelle e ossa che viene chimato Salomon. Soffre di malnutrizione cronica pesa meno di 10 kg e si fa intendere che e’ vicino alla morte.
La lettera conclude con la richiesta di una donazione secondo le proprie possibilita’ economiche, informando che bastano appena 20 sterline per assicurare l’alimentazione di due settimane ad un bambino gravemente  malnutrito e permettergli di soppravvivere.
Nella lettera e’ inserito un link (http://www.merlin.org.uk/appeals/the-crisis?utm_medium=email&utm_source=Merlin&utm_campaign=0611+Food+Crisis+Emergency+Appeal+-+enews&utm_content=Watch-our-video&dm_i=5IV,GNPE,1C4WTC,1CVJG,1) dove si invita a visionare un video sul tema. Per curiosita’ l’ho visto e manco a farlo apposta ci sono altri bambini sempre africani e sempre ridotti a pelle e ossa.
Andando sul sito della Ong nella pagina dedicata alla campagna contro la malnutrizione(https://donate.merlin.org.uk/Global-Food-Crisis-Appeal?utm_medium=email&utm_source=Merlin&utm_campaign=0611+Food+Crisis+Emergency+Appeal+-+enews&utm_content=Donate&dm_i=5IV,GNPE,1C4WTC,1CVJF,1)  vi sono altre due foto di bambini africani.
La prima ritrae un bambino che azzanna una scodella di cibo con la cieca rabbia di chi non mangia da giorni.
La seconda ritrae un bambino sceletro che riceve cure mediche (probabilmente da personale della Ong).
La terza ripete la foto di Salomon utilizzata nella email.
Segue il tariffario delle donazioni: 60 sterline (66,56 Euro) per formare un assistenza sanitario comunitario che si occupera’ dei bambini malnutriti, 40 sterline (44,37 Euro) per assicurare assistenza sanitaria per i bambini malnutriti e 20 sterline (22,19 Euro) per alimentare un bambino gravemente malnurito per due settimane.
Vecchie vergone e nuovi inganni.
Sono anni che le ONG e, qualche volta, le Agenzie ONU utilizzano foto di bambini africani malnutriti per le loro raccolte fondi.
L’obiettivo e’ chiaro: proporre immagini shock al consumatore per vendere il prodotto che in questo caso e’ la donazione alla Ong.
In questi ultimi anni gli esperti di pubblicita’, pagati milioni di euro per ideare queste campagne, hanno constatato che gli appelli generici non sono piu’ efficaci. Quindi camuffano l’appello generico come un appello personalizzato sotto forma di lettera come se fosse rivolto ad una persona che si conosce o ad un amico.
La lettera inizia con il nome della persona a cui e’ indirizzato l’email.
I nomi vengono ottenuti sia dal data base delle richieste di lavoro archiviate nelle risorse umane delle Ong sia dall’acquisto di pacchetti di nominativi da agenzie internet specializzate.
Spesso queste campagne puntano sul pietismo e sulla commozione delle persone al fine di spingerle a mettere le mani al portafoglio.
Gli esperti pubblicitari, in accordo con le direzioni delle Ong, rivolgono al potenziale consumatore messaggi falsificati.
Se esaminiamo l’appello di questa Ong Inglese notiamo che lascia una illusoria liberta’ d’offerta, secondo le proprie possibilita’ finanziarie per poi proporre un listino prezzi comoposto da tre quote di finanziamento che vanno da un minimo di 22 euro ad un massimo di 66 euro.
Le tariffe sono abbinate a delle azioni umanitarie, formare il personale locale, offire cure sanitarie e attivare un programma di alimentazione per i bambini malnutriti.
Al consumatore si garantisce che con l’esatta somma proposta per la donazione verra’ assicurata la copertura finanziaria per fare una di questre tre attivita’, a sua scelta.
Gli esperti del settore conoscono bene per ogni singola attivita’ descritta vi sono innumerevoli varianti di costo a secondo della tipologia dell’intervento, del paese, dello stato del paziente, del costo dei lavoratori nel paese e via dicendo. Eppure questa Ong e’ categorica e le ciffre di finanziamento tonde.
Al consumatore si nasconde un dettaglio importante: per la maggioranza dei casi queste attivita’ rientrano in progetti gia’ finanizati dai vari Enti Finanziatori: ECHO, Comunita’ Europea, UNHCR, PAM, UNICEF, etc., quindi i soldi per portare avanti queste attivita’ sono gia’ disponibili.
Allora dove vanno a finire i soldi delle donazioni?
I soldi delle donazioni rientranti nel fund rusing (colletta di fondi) non obbligano le Ong a presentare un dettagliato bilancio di spese per giustificare il loro utilizzo allo scopo dichiarato come invece sono obbligate dagli Enti Finanziatori.
Per la maggior parte dei casi queste donazioni vengono utilizzate per coprire le spese delle sedi centrali delle Ong in Europa: affitto immobile, spese personale, cancelleria ufficio, luce, acqua, gas, spese di trasporto e logistiche.
Se la campagna e’ stata particolarmente “proficua” parte delle donazioni vengono utilizzate per coprire le stesse spese di cui sopra che gli uffici regionali nel Terzo Mondo devono affrontare.
Normalmente gli Enti Finanziatori non riconoscono le spese per le sedi centrali e regionali come eleggibili nella rendicontazione progettuale, quindi le donazioni sono necessarie per coprire questi famosi costi non eleggibili.
Ma, attenzione, se la campagna va male, le vostre donazioni serviranno a coprire in parte o totalmente la fattura presentata dalla ditta pubblicitaria incaricata di promuoverla e niente di piu’.
L’inganno nell’inganno.
Spesso le foto che serviranno per queste discutibili campagne pubblicitarie vengono scattate durante operazioni umanitarie all’insaputa del beneficiario e dei suoi genitori. Non credo che una madre che ha portato suo figlio in un centro nutrizionale abbia l’accortezza di chiedere quale utilizzo verra’ fatto della foto scattata a suo figlio che sta morendo.
Spesso queste foto vengono scattate da giovani operatori umanitari senza l’obiettivo di utilizzarle per le campagne pubblicitarie ma per creare un dossier fotografico per il progetto o per memoria personale.
In ogni contratto le Ong inseriscono il copyright (diritti d’autore). Ogni video, foto o registrazione realizzate da operatori umanitari sotto contratto sono di proprieta’ della Ong. Quindi per le campagne pubblicitarie spesso le sedi delle Ong non devono neppur affrontare le spese per un fotografo e cameramen professionale. Semplicemente utilizzano il materiale audio visivo e fotografico dei loro operatori umanitari.
E’ palese che questo modus operandis viola diverse leggi internazionali: dal diritto alla privacy al diritto di autore.
Sarebbe consolatorio pensare che queste neffandezze si limitino a questa Ong inglese. Al contrario e’ moneta corrente tra varie Ong internazionali comprese molte Ong italiane.
Come l’antico motto consiglia non bisogna pero’ fare di tutta l’erba un fascio.
Esistono Ong che evitano queste discutibili campagne di raccolta fondi edingaggiano fotografi professionisti per fare dei reportage fotografici che testimoniano le loro attivita’ umanitararie che non ledono la dignita’ dei beneficiari.
In Italia due tra i fotografi professionisti piu’ famosi nel campo umanitario e che svolgono il loro lavoro non sfruttando le disgrazie umane ma esaltando l’orgoglio e la sensibilita’ dei beneficiari sono: Lorenzo dell’Uva  (http://www.facebook.com/home.php#!/delluva) specializzato in foto di bambini e donne e Laura Salvinelli (http://www.laurasalvinelli.com/) ritrattista o, come definisce se stessa: “reportrait”.
Giusto per curiosita’ la foto del mio avatar su Facebook e’ una foto di Lorenzo scattata nel 2008 in un campo profugo nel sud del Ciad.
La reazione dei Paesi Africani.
In alcuni Paesi Africani come l’Uganda, il Ruanda, il Kenya e la Tanzania parlamentari e settori della societa’ civile stanno aprendo un dibattito sull’operato di varie Ong ai fini pubblicitari e di lucro.
In questi Paesi si stanno studiando proposte di legge da presentare ai rispettivi Parlamenti che impediscano alle Ong locali e internazionali questo utilizzo di materiale fotografico e aduovisivo, con l’obiettivo di proteggere la dignita’ dei propri cittadini o dei profughi ospitati nel loro paese.
Auspicandoci che queste proposte di legge vengano completate, presentate ed approvate nei Parlamenti di questi Paesi Africani, una domanda sorge di dovere: non e’ il caso di varare simili leggi anche nei nostri Paesi?

mercoledì 29 giugno 2011

Lady Gaga fa beneficenza, ma la accusano di Truffa

Fonte Leggo 29 06 2011


NEW YORK – La pop star americana Lady Gaga è stata denunciata da uno studio legale del Michigan che l’accusa di aver tenuto per sè una parte dei profitti della vendita di un braccialetto, i cui proventi dovevano essere integralmente versati alle vittime del sisma/tsunami che ha colpito il Giappone.


Nella denuncia, presentata venerdì scorso – precisa lo studio 1800lawfirm.com in un comunicato – si rimprovera a Lady Gaga e alla sua casa discografica Universal e alla società di prodotti promozionali Bravado di non essere stati trasparenti nella loro comunicazione sulla vendita del braccialetto. Dopo la catastrofe che ha colpito il Giappone lo scorso marzo, Lady Gaga aveva creato e messo in vendita un braccialetto di plastica: i proventi della vendita dovevano essere interamente versati alle vittime, come afferma il sito internet della cantante. Di colore bianco, il braccialetto è venduto a cinque dollari e vi è scritto sopra in colore rosso, in inglese e in giapponese, ‘We pray for Japan’. Secondo la denuncia però, la star e i suoi partner «hanno gonfiato le spese di trasporto» e hanno «tenuto una parte dei proventi della vendita». «Questa denuncia senza fondamento – ha dichiarato Holly Shakoor, una portavoce di Lady Gaga in una e-mail all’Afp – distoglie l’attenzione dalla generosità dei fan in tutto il mondo che sostengono il popolo giapponese». «Tutti e cinque i dollari pagati per acquistare ogni braccialetto vanno alle vittime», ha aggiunto, sottolineando che Lady Gaga «ha impegnato fondi personali in questa causa e continuerà a sostenere le vittime della catastrofe»